Concorsi “low cost”

Spectrum_by_GRlMGOR

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Oggi ho il “dentino avvelenato”, lo sapete che quando vedo un’ingiustizia non riesco a rimanere indifferente. Concorsi “low cost” per gli atenei italiani che costano una fischiata all’università (bene), ma che illudono gli studenti e non offrono reali possibilità di visibilità nel mondo lavorativo: leggere per credere, buona lettura!

L’antefatto
L’università ha bisogno di rinnovare il proprio portfolio fotografico ma i fotografi professionisti, lo sappiamo, costano cari. Meglio quindi usare una soluzione casereccia dove, con al massimo 2/3.000 euro (ma nel nostro caso forse sono arrivati a 1.500) avere il problema risolto con il minimo sforzo. Vediamo come.

L’idea
Si organizza un concorso UNIVERSITARIO (notare questa dicitura) di fotografia, dove gli studenti (ma poi si scoprirà che partecipano cani e porci) possono inviare le proprie fotografie, che ovviamente non vengono restituite e diventano proprietà dell’ateneo in ogni caso (vittoria o meno). Foto mai pubblicate, autorizzate e firmate in caso di persone incluse all’interno dello scatto, primo premio una reflex, secondo un flash di marca/uno scanner, terzo una stampante fotografica. E fin qui nulla di eccezionale, proseguiamo.

La realizzazione
Sfruttando gli studenti (che non costano nulla e sono tanto bravi ad assecondare il professore di turno) si fa preparare la grafica di base, mettendo a loro disposizione un Mac con la Creative Suite di Adobe al gran completo, tutto software di prima scelta; si realizza una mini campagna coadiuvata dal docente e poi si stampa su piccola scala, un centinaio di volantini al massimo. Per il resto si utilizza il canale istituzionale, Facebook e via dicendo, che fanno tanto social e che costano pochissimo. Si scelgono dei giudici di provata e stimata fede e si riempiono le pagine (e le bacheche universitarie) per qualche mese.

La realtà dei fatti (come si sono svolte le cose)
Il concorso, tanto paventato tra gli studenti come reale occasione di essere giudicati da professionisti (e quindi poter avere un riconoscimento serio), è in realtà aperto a tutti.
Vi spiego una semplice logica: se il concorso è aperto a tutti che succede? Accade che il fotografo professionista (che a differenza del contadino del proverbio sa già quanto è buono il cacio con le pere) ne approfitta per ampliare il proprio parco macchine (o per rivendersela, a seconda del parco ottiche che monta in casa) e quindi fa qualche scatto, facendoli poi passare per propri o regalandoli al figlio, che caso strano studia proprio all’ateneo di competenza.

La premiazione
Come volevasi dimostrare il concorso è stato una farsa, uno specchietto per allodole per quanto riguarda gli studenti: la giuria, che ha l’occhio lungo, ha premiato (giustamente) l’opera del professionista, per cui primo premio al fotografo “pro”, secondo al figlio (che avrà ricevuto lo scatto “di prova”, lo scarto che il padre non si sentiva di esibire per non giocarsi il suo buon nome) e terzo ad uno studente, che si è portato a casa una stampante che varrà sì e no una 40na di euro, a dire tanto.

La critica
È giusto che venga premiato il professionista: ha l’attrezzatura e l’esperienza nel campo necessari per eccellere, com’è giusto che sia. È vergognoso da parte dell’ateneo aprire il concorso a tutti: così si tarpano le ali degli studenti e si cerca, detta spudoratamente fuori dai denti, la consulenza di un professionista a costo irrisorio. La farsa a cui alludo, infatti, non è riferita alla giuria (serissima) ma la fatto che tutti possano mettere becco: è ovvio che chi lo fa per lavoro fiuta l’occasione e, con il minimo sforzo, si porta a casa una reflex.

Ecco, mò me sò sfogato. Ci sentiamo al prossimo sassolino.

Marco

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