Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Don Matteo

Parliamo del prete più famoso della televisione: dove arriva lui l’omicidio è assicurato. Buona lettura!

Premessa

Nella tranquilla provincia di Gubbio, fino al 1999, gli unici a finire in una bara di pino erano tranquilli pensionati ultranovantenni. Dall’arrivo di Don Matteo nel 2000 c’è un omicidio a settimana e lui, prontamente, anziché stare in Chiesa a benedire e a inneggiare al nostro Signore Gesù Cristo, va ad impicciarsi in bicicletta rubando la scena ai Carabinieri, spesso prevaricandoli. Ma tutto finisce bene, con musiche patetiche, scene da soap-opera argentina e omelie prese in sconto al Lidl durante i saldi di fine stagione.

Il mistero della tonaca

Gli italiani amano le divise: il proliferare di fiction su Carabinieri, NAS, vigili, ispettori in pensione e non, preti e suore non lascia alcun dubbio.

In particolare il pubblico cattolico-apostolico-pensionato di Rai 1 si eccita come un tricheco con Don Matteo, non gli concede tregua: 15 anni di ascolti in crescita, impresa impossibile anche per serie ben più quotate a livello internazionale (es. The Mentalist, Lie to me con l’eccezionale Tim Roth, CSI, NCIS e simili). Mia madre è rimasta sconvolta quando, dalle atmosfere panfocacciose (potrei depositarlo all’Accademia della Crusca, ora glielo invio) di Don Matteo le ho mostrato la sigla di CSI: Miami, la prima cosa che mi ha chiesto è: dov’è il crocefisso??!!

Questo tumore che infesta da tanti anni i palinsesti televisivi si poggia su alcuni pilastri fondamentali, proviamo a vederli insieme:

  • Gli italiani amano la divisa: preti, finanzieri, vigili del fuoco, crocerossine, dottori, carabinieri… tutti benvenuti, venite avanti!
  • La tranquilla provincia italiana: nonostante vengano compiuti efferati omicidi a pochi metri da casa Don Matteo, con il suo sorriso da mangiapatate, rende tutto tranquillo e rasserenante; cosa vuoi che siano due coltellate al figlio perché il marito è ubriaco e torna a casa la sera picchiando la moglie??
  • Non alza mai le mani: Don Matteo parla fino allo sfinimento, portando i sospettati all’orlo del suicidio e alla confessione spontanea alle forze dell’ordine pur di farlo tacere.
  • Intrighi amorosi: eros e tanatos, dove c’è la morte sboccia la vita. E così il Capitano dei carabinieri puntualmente ci prova con la figlia di Cecchini, con il sindaco, con la stagista, persone morte tornano in vita… classici intrighi all’italiana
  • La musichetta rassicurante: nei momenti cruciali parte la musichetta di Don Matteo, così possiamo alzare i nostri rosari al cielo e ballare scalzi intorno al tavolo a braccetto, con un fiaschetto di vino in mano.

Al pubblico medio di Rai 1 non interessa l’innovazione, se la programmazione fosse affidata a loro sparerebbero tutto il giorno i video di Claudio Villa, Pippo Baudo e Mario Merola senza il minimo dubbio.

Il divario USA-Italia

Negli esempi prima citati, da The Mentalist a Lie to me passando per tutto il filone del crimine, la polizia si affida a esperti del settore: specialisti che riescono a leggere le persone, a smascherare bugie, esperti nel sondare l’animo umano nelle microespressioni e nei gesti. Qui vengono arruolati preti impiccioni che, con la saggezza del badile, faranno confessare padri di famiglia, miscredenti, spacciatori boliviani, modelle avvenenti con il contorno di Natalina, la fedele domestica del parroco e del tipo strano che l’affianca, il felice sagrestano.

Il cambiamento di Terence Hill (Remo Girotti) è notevole: dopo aver passato anni a benedire i suoi nemici a suon di sganassoni, calci volanti e acrobazie da saltafossi in coppia con il suo storico partner Bud Spencer (al secolo Carlo Pedersoli), ora prega e parla con la voce di Ratzinger. Ricordiamo che nei film degli anni ’80 era doppiato da Mario Girotti, suo papà… il cambio si sente eccome!

D’altronde il nostro amico Terence la passione per il Divino l’ha sempre avuta: lo chiamavano Trinità addirittura, grazie alla sua abilità di maneggiare pistoloni da Far West e alla sua capacità, nonostante ambienti malfamati, di uscire dal locale sempre sulle sue gambe.

La rinnovata beatitudine che manifesta in Don Matteo è quasi stucchevole, sembra che dal suo intestino escano rose profumate al tamarindo e pino silvestre.

Concludendo

Don Matteo fa propria tutta la retorica anni ’50 illustrata ampiamente da Don Camillo, con la differenza che oggi il prete va a pranzo con il sindaco, il comandante dei carabinieri e non fa più politica. Si occupa solamente di spargere a badilate consigli, non richiesti, alle attuali forze di polizia: verrebbe da chiedersi perché, visto i suoi trascorsi da pistolero, non si sia arruolato direttamente nell’arma; i casi si risolverebbero in mezza giornata!

Guardare Don Matteo è come abbandonarsi all’eutanasia, sai che la tua mente morirà pian piano a forza di luoghi comuni scontati, gag da sit-com degli anni ’40, finali scontati e inquadrature da soap-opera, con primi piani al limite del patetico. Eppure non ci puoi far nulla, ogni giorno te lo propinano all’ora di pranzo e, se in casa c’è qualcuno che supera i 50 anni, bisogna guardarlo perché Don Matteo potrebbe arrestare il cane del vicino, chi lo sa?

Ai posteri l’ardua sentenza, per ora continuiamo a goderci i telefilm USA dove i casi vengono risolti con professionisti affermati e non con preghiere, rosari e luoghi comuni da imbonitori.
Per tutti gli altri Don Matteo rimane un faro inespugnabile, erogatore di verità a badilate grazie alla croce che indossa, unico baluardo che possa guidare la Polizia italiana verso il futuro.

Amen!

Marco

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Commenti su: "Don Matteo e la “tranquilla” provincia italiana" (2)

  1. Meglio Don Camillo 😉

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