Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Questione di giochi

Creazione tramite giochi di luce by Cobain86

Creazione tramite giochi di luce by Cobain86

I giochi sono una parte essenziale della nostra crescita, ci abituano ad una sana competizione (seppur amichevole) e ci preparano alle sfide della vita. Ma non tutti la pensano così: vediamo insieme i vari motivi. Buona estate e buona lettura.

L’idea di base

Uscire con gli amici e “giocare” (in senso ampio: giochi con le carte -scala 40, briscola, scopa, biliardo, bowling, laser game, calcetto, pallavolo, beach volley, etc etc…) porta le persone ad una, seppur involontaria, competizione, ad un confronto diretto, ad un’esposizione sotto i riflettori.
Diventiamo quindi, secondo queste persone, facili bersagli di prese in giro o, al peggio, di scherno per i nostri errori o di invidia per la nostra bravura.

Quello che in realtà succede

Partendo dal fatto che i giochi tra amici, spesso, non hanno finalità agonistiche professionali, si può semplicemente concludere che c’è una sana competizione, data dal voler far meglio dei propri amici; ma se poi, come nella vita, si vince o si perde, l’amicizia rimane inalterata, ci si fa una risata e si torna alle cose di sempre, rinviando la questione alla prossima partita dove, magari, le cose s’invertiranno.

Nessuno segna i punti di nascosto sul proprio libricino, nessuno filmerà e registrerà tutto per metterlo in archivio, nessuno se ne ricorderà come una cosa epica (a meno che ci sia un episodio divertente, una piccola scivolata o un danno lieve, dove si sorride per sdrammatizzare e si chiede come sta la persona), ma a parte questo sono tutte partite che, nel bene o nel male, finiranno nel dimenticatoio (al massimo ci si ricorderanno i punteggi).

Siamo tutti diversi

Dipende anche dal tipo di persone: i “competitivi estremi”, quelli per cui anche bere una tazza di latte prima dell’amico diventa una gara olimpica, hanno una visione del gioco e della vita sempre al massimo, l’insuccesso è punito gravemente. I “competitivi moderati” si concentrano sul terreno di gioco ma poi non ne fanno un dramma se per una volta perdono, è nel ciclo delle cose; magari quella sera erano solamente più stanchi.

I “non competitivi” invece rifuggono qualsiasi possibilità di confronto o di divertimento: per loro anche lanciare una moneta testa/croce è una gara, una sfida, una montagna insormontabile che non riescono a scalare, gli mancano le forze anche per una semplice partita a carte.

La mancanza di piacere

Hanno la paura del “primo passo”, ovvero di sbagliare appena iniziano a fare la nuova attività (che è perfettamente lecita, ma non è nulla di speciale: se non ho mai fatto una cosa ed imparo migliorerò col tempo, l’apprendimento meccanico è un processo che richiede pazienza e volontà) e quindi, per non commettere lo sbaglio, non iniziano nemmeno.

Oltre a precludersi, com’è chiaro, la nuova attività (con i suoi sbagli connessi, ok) si precludono anche il piacere e la soddisfazione di divertirsi con i propri amici, il sano gusto del divertimento nato da un’attività di gruppo dove si ride, si scherza insieme e si passa un’oretta in serenità.

Rinunciano a quel basilare edonismo dato dal fare una cosa con altre persone amiche, semplicemente perché in passato sono stati giudicati e/o scherniti e quindi hanno mollato la spugna: ma le persone con cui esci, di solito, te le scegli e se sono veramente tuoi amici, ti aiutano nella nuova attività, ti insegnano come fare meglio e ti incoraggiano. Anche ammesso che qualcuno possa essere più pedante degli altri lo fanno comunque per il tuo bene, per renderti partecipe della loro attività e perché vogliono fortemente che tu possa divertirti con loro.

Non riescono a discernere il giudizio maligno di pochi stolti con quello affettuoso dei propri amici, che cercano di porgerti una mano per aiutarti a risalire e spingerti a fare sempre del tuo meglio. Si fermano alla facciata perché è comodo, rassicurante, tranquillo non mettersi mai in gioco (anche in altri ambiti della vita, non soltanto quello ludico qui trattato), non rischiare mai di esporsi, di far vedere agli altri qual è il demone che ci divora dentro, l’ansia che ci toglie il respiro e non ci fa dormire la notte, la nostra paura più nascosta.

Basterebbe semplicemente parlarne con i propri amici, aprirsi e condividere questa cosa (magari con quelli più fidati) e accettare, una volta tanto, questa benedetta mano protesa verso noi e risalire, provare una nuova esperienza, lasciarsi andare alla novità, al bello dell’imprevedibilità, al sapore del  nuovo.

E scoprire che, quando giochi, non è importante se vinci o se perdi, ma la scarica di adrenalina che hai provato in quei pochi attimi e ti ha fatto sentire, magari per la prima volta, vivo.

Marco

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