Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Africa culla di vita

Shakira_Waka Waka

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Il caso del Sudafrica, ricordato solo per i Mondiali di calcio nel 2010, ha fatto riflettere. Analizziamolo insieme, buona lettura.

Il Sudafrica, posto generalmente ricordato solo in occasioni umanitarie (mero opportunismo), ultimamente è salito alla ribalta nei telegiornali di tutto il mondo (sarà per i Mondiali di calcio del 2010?) e ognuno informa come può. Io credo che un piccolo tour in Africa possa essere interessante, se non altro per scoprire e capire meglio questa popolazione.

Credo che ricordarsi dell’Africa solo per fare un concerto o per organizzare un mondiale di calcio sia penoso, ma almeno è qualcosa. Bisognerebbe evitare di spegnere i riflettori una volta finita la festa, in quanto l’Africa ha dei problemi molto seri: sfruttamento (che comporta un’estrema povertà), malattie letali (aids, tubercolosi, malaria e malattia del sonno o tripanosomiasi africana), grandi distanze da coprire anche solo per portare un po’ d’acqua al villaggio.

Le distanze chilometriche da coprire camminando agiscono da forte dissuasore all’obesità: i fattori sopra descritti impediscono una vita opulenta come quella tipicamente occidentale, regalandoci ottimi campioni olimpionici nella corsa e altre discipline dove la velocità è un fattore pregnante.

L’Africa è la culla ancestrale di tutti noi: da lì è arrivata la vita, si trovano gli animali (enormi) in libertà, popolazioni poliedriche e ricche di tradizioni che spesso vengono sfruttate senza pietà: basti pensare agli anni del Duce quando si voleva conquistare la Libia. L’esposizione del seno veniva vista come disponibilità sessuale, mentre nella loro cultura era assolutamente normale (come per noi girare a torso nudo d’estate -parlo al maschile): il danno maggiore all’Africa l’ha portato l’ignoranza (ma non sua: di chi ha visto queste terre e ha pensato che dovesse acculturarli).

Innumerevoli spedizioni sono partite dai vari Stati, che, preoccupati per queste popolazioni (notare la vena satirica), hanno diviso i loro territori con un righello, scatenando lotte intestine incredibili. In realtà l’unica preoccupazione di cui si sono sempre interessati sono stati i vari giacimenti di diamanti e petrolio (vedi la Libia), che hanno attirato più mosche di un barattolo di miele aperto.

Per fortuna esiste la parte bella dell’Africa: i Masai che sorvegliano le tende dei turisti mentre la notte cala su queste maestose praterie, il sole che va a morire tra gli alberi della savana mentre la natura si risveglia, con i primi predatori che sfruttando l’oscurità sperano di portare a casa un bel bottino. E quando torna il giorno è un’esplosione di vita e colori: elefanti africani (di dimensioni maggiori rispetto ai cugini indiani) che si cibano con i loro piccoli al fianco, stormi di uccelli che si alzano in volo generando una caleidoscopica girandola di colori, zebre che corrono libere e leoni che sonnecchiano al sole, giraffe che si stanno abbeverando dopo aver brucato le gemme più alte, gazzelle che iniziano a correre dopo esser state attaccate da un ghepardo che tocca i 100 km/h per 30 secondi.

Le tribù conservano le loro tradizioni ed usanze, incuranti del passare del tempo. Per loro internet e tv sono parole che sentono nominare e non beni di consumo che possiedono, il loro principale interesse sono i turisti. Solo visitando questo continente ci si rende conto dell’estremo divario culturale tra noi e loro: loro hanno radici, musica, cultura, tradizioni inossidabili e un contatto empatico con la natura legato da un cordone ombelicale invisibile.
Noi siamo una calca colorata e griffata che consuma gli otturatori delle proprie macchine fotografiche per immortalare questi territori e questi animali magnifici (visti spesso solo nei documentari), casinisti e rumorosi che sbevazzando Coca-Cola indichiamo gli animali in modo scomposto e sincopato, dimemandoci e facendoli fuggire.

La vera lezione che questo Mondiale dovrebbe trasmettere è quella dell’uguaglianza e dello scambio culturale: andare in un posto così ricco e variegato per imparare, e non per imporre come spesso succede. Speriamo che lo sport e la musica possano agire da collante e colmare, almeno in parte, un po’ dell’ignoranza che vige su questo continente meraviglioso.

A proposito: Waka waka significa cammina cammina (è riferito ad un calciatore) 😉 . Buon Mondiale a tutti!

Marco

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