Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

La pazza gioia

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Virzì ci accompagna all’interno di una casa di cura, raccontandoci una storia inaspettata: buona lettura.

Trama

Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti) s’incontrano a Villa Biondi, una casa di cura mentale femminile a Pistoia.
Beatrice si atteggia a nobile vittima degli errori giudiziari mentre Donatella parla pochissimo, mostra evidenti segni di depressione e abbandono.
Tra loro nascerà un sodalizio alla Thelma e Louise che le porterà a legare diventando amiche, sistemando i conti in sospeso con il mondo esterno.

Il film

Virzì si dedica al mondo della pazzia femminile, consultando personale medico per la stesura della sceneggiatura e la realizzazione del film.

Nonostante il tema cupo del film Virzì riesce a portare leggerezza e allegria con il personaggio di Beatrice, dilapidatrice di patrimoni e innamorata di un pericoloso boss che, a quanto pare, ha approfittato della sua fragilità per mandarla in bancarotta due volte. Il film, dopo la riuscita evasione delle due pazze durante lavoretti di giardinaggio, si trasforma in un road movie dove la loquace Beatrice racconta del suo passato scintillante.

Donatella invece rimane in ombra: rinchiusa per aver tentato il suicidio con il figlio in grembo, ha come padre un pianista da piano-bar fallito (un bravissimo Marco Messeri) e una madre (la brava Anna Galiena, che ho imparato a conoscere anni fa con Senso ’45 di Tinto Brass)  che fa le pulizie per un vecchio signore benestante. Lei è contenta del lascito testamentare del vecchio dedicato a lei, ignorando che è stato interdetto dai figli.

Anche Beatrice deve cercare delle risposte: spillando soldi al suo legale (con cui, a quanto pare, aveva una tresca) riesce ad aiutare Donatella, rintracciando la famiglia adottiva di Elia, il bimbo dell’amica.

Verso la metà del film capiamo che Donatella ha avuto un crollo, temeva che non glielo facessero più rivedere e quindi ha optato per una soluzione estrema. È una ragazza nata triste, secondo i suoi medici.

Quando, sul finale, vediamo Donatella giocare con suo figlio il cuore ci si stringe e parte la commozione: il figlio diventa quindi la leva, il progetto di vita che permetterà a Donatella di curarsi con uno scopo, per riottenere l’affidamento legittimo.

Il film, tra le mille cose, punta i riflettori anche sugli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari), una scomoda realtà italiana su cui molti hanno girato la testa per troppo tempo.
Chiusi nel 2015 a causa dello stato di degrado e delle cure inappropriate verso i pazienti, ricordavano i vecchi manicomi.

In realtà per Beatrice più che di pazzia si potrebbe parlare di innamoramento, quindi dovremmo rinchiudere molte più persone se i sintomi sono questi.

Concludendo

Un film dolce e profondo che alterna momenti solitari e drammatici ad una fuga senza pensieri, un modo per evadere da una detenzione ritenuta ingiusta dalle due protagoniste.
In realtà la fuga serve per mostrare alle protagoniste che il mondo esterno è andato avanti senza di loro (come succede a tutte le persone che, per vari motivi, vengono rinchiuse): rispetto ai sogni effimeri di Beatrice le speranze di Donatella sono concrete dopo l’incontro al mare, per cui ha un motivo in più per stare bene e curarsi. Citando Virzì la prima cosa bella dopo tanta sofferenza e dolore (prima dalla famiglia e poi dal gestore della discoteca dove lavorava).

Un buon cast, ottime musiche curate da Carlo Virzì e una storia alternativa su cui riflettere. Chapeau.

Voto: 9/10

Marco

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