Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Mia nonna

Nonna

Mia nonna è una simpatica e paffuta vecchina, di quelle da incorniciare.

Sono buffe: rimangono imperterrite convinte nei loro principi, con le loro regole e i loro ritmi. Ma fa così tenerezza che oggi la voglio nominare sul mio blog, se lo merita. Ha lavorato tanto, adesso diamole un po’ di riconoscimento (giocoso, s’intende).

Da piccolo c’erano molte cose che mi facevano ridere quand’ero da lei: visto che in questi giorni sono stato un po’ sottotono cerco uno spunto brillante, qualcosa di nuovo.

Quando facevo qualcosa di sbagliato mia nonna mi minacciava sempre di dirlo a mia madre.
Non capivo il motivo di questa comunicazione mediata: se devi dirmi qualcosa dillo direttamente a me, non c’è bisogno di questo telegrafo. É demenziale se ci si pensa, come la madre che all’ipermercato dice al figlio “Quando siamo a casa poi facciamo i conti”. Farei una foto ad un bambino che per una volta rispondesse: “Non so ancora usare la calcolatrice”, can, ci starebbe troppo bene.

Riflette il delegare italiano, se ci si pensa: ah no, non è compito mio, il mio sottoposto, lui sì che lo sa fare… Per forza poi da grandi si delega. Fin da piccoli ce lo insegnano!

Da piccolo ero un fan della colla “sniffo” (chiamata così perchè profumava di alcool puro) e del pollo arrosto della coop. Quello ammassato a tanti altri e venduto per poco più di 6 euro, ne andavo matto.

E così nel carrello c’era sempre questo strano binomio: pollo arrosto e colla, più qualche gelato ma pochi, Marco, perchè non ho spazio nel freezer. Risposta logica (mai data): fai meno roba oppure cambia frigo. Mai considerata quest’alternativa (ancora oggi che il frigo sta per partire del tutto).

Un’altra cosa che mia nonna mal vedeva era quando giocavo con le galline. Ne aveva 5 nel piccolo pollaio dietro casa, un vero spasso: belle, piene come uova di Pasqua, ruspanti nell’animo e con delle penne da applausi (mio nonno mi ci ha fatto un copricapo, erano il mio cappellino di cartone da indiano).

Diciamo che il mio rapporto con il pollame era controverso: ci giocavo, sì, ma con il superliquidator caricato con l’acqua del lavandino. Normale poi che queste gioiose pennute saltassero come indemoniate, evidentemente non sapevano che era solo un po’ d’acqua.

Quando le galline non ci sono state più far passare le mattine era dura: i cartoni finivano alle 10 e dovevo inventarmi qualcosa.

Prima di pranzo mia nonna veniva nella stanza della tv (è un misto di cose, non saprei definirla) e lì, con la macchina da cucire come tavolino, facevamo folli partite a briscola (l’unico gioco su cui concordavamo nelle regole). Per dama e scopa le regole cambiavano e quindi era difficile capire poi i punti reali.

Le carte erano usate, stanfanti, ingiallite e pure della Modiano (gli intenditori si ricorderanno della ben diversa qualità delle Dal Negro): ma in quegli anni ho fatto una pratica che poi è stato il mio lasciapassare per molte serate tra amici (con un mazzo di carte qualcosa da fare lo trovi sempre).
Addirittura mio padre mi ha insegnato a fare i piatti di carte: inutili ma divertenti, curiosi.

Quando volevo sgranchirmi le gambe giocavo con il pallone da calcio Supertele, quelli in gomma che si bucano subito: unico neo è che il pallone finiva contro il garage di mia nonna e faceva casino, per cui mia nonna (anche se non mi vedeva) mi sentiva con il superudito e mi ordinava di cambiare direzione di tiro.

Un ricordo recente molto spassoso è stato quando mia nonna ha iniziato ad usare il telefonino, a 80 anni circa: per me è stata mitica.

Certo, per lei i messaggi sono il segno del diavolo (non li apre e così le svuoto la cartella ogni tanto), il suo operatore non lo sa (ha un’etichetta gigante dietro al telefono) e a volte se lo dimentica: ma quando la chiamo e la trovo mi fa un certo effetto, mi sembra strano che sia davvero il suo!

Domenica la vedo, un bel piatto di cappelletti e coniglio arrosto: in quello non la batte nessuno, è rimasta inalterata in tutti questi anni. Mentre mi starò bevendo un caffè caldo (appena fatto con la moka) la saluto anche da parte vostra.

Marco

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