Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Il diritto di contare

 

il-diritto-di-contareConta davvero il colore della pelle quando si è bravi a contare o meglio, nello specifico, ad elaborare i calcoli per spedire un uomo sullo spazio? Buona lettura!

La trama

Una geniale matematica afroamericana Katherine Johnson, vedova e con 3 figlie al seguito, si reca al lavoro con le amiche/colleghe Dorothy Vaughan e Mary Jackson. Lavorano tutte alla NASA per accelerare la corsa nello spazio degli americani. Grazie ai suoi calcoli, John Glenn divenne il primo astronauta americano a compiere tre orbite complete della Terra.

Il film

Uscito a Natale 2016 negli States è un film sui diritti civili con una variazione sul tema: la matematica e la NASA.
Scopriamo quindi che le donne di colore, seppur discriminate, lavoravano al centro di ricerche spaziali statunitense per sparare nello spazio un baldo giovanotto, cercando di eguagliare e superare i cosmonauti russi.
Loro avevano spedito nello spazio la cagnetta Laica, era ora di spedire nello spazio un essere umano.

Tre donne, tre storie, tre difficoltà diverse

  • La responsabile a cui non viene riconosciuto il ruolo (si vendicherà imparando il Fortran di nascosto, sottomettendo tutti con la conoscenza)
  • La giovane ragazza (interpretata da una splendida Janelle Monae) che vuole diventare ingegnere in una scuola solo per bianchi
  • La matematica vedova con tre figlie, che si accompagna con un bel fusto e riesce ad entrare nel team capitanato da Harrison (un brizzolato Kevin Costner)

Bravo Kevin Costner, passa inosservato Jim Parsons (il geniale Sheldon di Big Bang Theory) forse a causa del cambio di doppiatore, sterile e asettica Kirsten Dunst che recita con l’enfasi di un cadavere sotto spirito.
Ottimo come sempre Aldis Hodge (il simpaticissimo Alec Harrison di Leverage Consulenze illegali, ricordate?) nei panni del marito di Mary Jackson, anche se il suo nome non compare tra gli attori principali.

La storia raccontata nel film è tratta dal libro Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race di Margot Lee Shetterly, dove sceneggiatori e regista si sono presi ampie libertà narrative.

Il titolo inglese del film Hidden Figures (Figure nascoste) è molto esplicativo ma, ribadisco, trattandosi di diritti civili, in Italia è stato enfatizzato come il diritto di contare.

I personaggi di Costner e Parsons, ad esempio, nella storia vera non compaiono: nessuno si è armato col piede di porco per abbattere il cartello “Toilette per persone colorate”, nessuno ha discusso per più di cinque minuti sulla presenza o meno della matematica alle riunioni del Pentagono (non esisteva nessun divieto inerente alle donne).

Il dramma che non c’era

diritto di contare_panoramica

Pur essendo presente la discriminazione tra bianchi e colorati all’interno della NASA la cosa veniva messa in secondo piano, tant’è che una delle protagoniste utilizzò il bagno per bianchi e nessun si armò di forconi e torce per protestare. Dopotutto parliamo di scienziati che lancia gente nello spazio, non di classi medie operaie in lotta per la strada con molotov alla mano.

La storia diventa quindi un pretesto per esasperare e accentuare una situazione politica esterna, infiocchettandola ed esasperando il tasso ormonale, qualora ce ne fosse bisogno.
All’esterno, come già visto in altri film (12 anni schiavo, Django Unchained), la situazione era drammatica, con autobus bruciati con persone di colore e scontri continui.

Conclusione

Un film divertente che, nonostante venga etichettato come drammatico (devono essersi confusi in sala di montaggio) è in realtà una commedia, con qualche punta di tristezza sapientemente dosata.
Sono tre donne che hanno provato e vissuto le discriminazioni degli anni ’60, in un ambiente come la NASA dove, nella realtà, c’era abbastanza tolleranza basandoci sui fatti storici.
Tuttavia, per renderlo commerciale, hanno dovuto infilare elementi melodrammatici per creare enfasi aumentando il tasso ormonale in sala, cosa che si sarebbe potuta comodamente evitare vista la bellezza intrinseca della storia in sé.

Bello, divertente, ironico con quel retrogusto storico di “gonne sotto al ginocchio e niente gioielli appariscenti” che ci riporta negli anni ’60 americani, così scanzonati eppure così velati e impregnati di razzismo oltre ogni fervida immaginazione. Un film decisamente convenzionale, didascalico, legato con cura da un regista che ha diretto in modo pulito e senza troppe ambizioni un buon team di attori.

Nonostante l’entusiasmo ormonale degli Academy (che lo hanno decantato come l’ottava meraviglia) il film non sorprende, rimanendo un buon esercizio didascalico. Utile per approfondire, esplosioni ormonali a parte, un capitolo inedito della storia americana.

Consigliato.

Voto: 7,5/10

Marco

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