Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Ricordando Noschese

Alighiero Noschese e Nino Manfredi

Alighiero Noschese e Nino Manfredi

Alighiero Noschese, imitatore insuperabile di qualsivoglia personaggio pubblico e politico, nascondeva una personalità debole, ingenua e fragile. Oggi lo ricordiamo sotto una veste a volte sottovalutata: una persona che, per natura camaleontica e trasformista, ha smarrito la propria identità arrivando a compiere un gesto devastante quanto definitivo. Buona lettura!

Io non ero nemmeno nato quando Noschese iniziò la sua attività di abile imitatore di voci, modi e costumi: mi sono documentato attraverso il servizio di Minoli per Rai Educational e su Wikipedia, in quanto sono anni che lo sento nominare come caposaldo e punto di riferimento per gli imitatori di ogni categoria (una sorta di deux ex machina).

Ad oggi possiamo rivederlo attraverso i suoi specchi, ovvero le sue celebri imitazioni che ne hanno decretato la consacrazione e l’assurzione a maestro: nel mio modesto articolo ho provato puntare lo specchio verso di lui, verso il vero Noschese, privandolo di tutte le maschere, per capire chi fosse veramente.

Tuttavia questa maniacale ossessione compulsiva per la perfezione e la ricercatezza delle sue fonti (registrava su due piste diverse per paragonare la voce originale con la sua, si vedeva ore di filmati con uno dei primi videoregistratori e via dicendo), unito all’ipocondria e ad una ricerca stabile dello status quo (faccio quella cosa perchè così mi sento tranquillo con gli altri) lo stava lentamente logorando.

Per smembrarsi e animarsi con le movenze e le caratteristiche altrui (tra cui una voce imitata in modo indistinguibile dall’originale, memorabile il momento di confusione che avvolge Corrado quando fatica a riconoscere Noschese dal Sordi originale) Alighiero non ha pensato a costruirsi una sua identità, un suo modo d’essere: era un involucro che assumeva l’anima dell’imitato. Una volta svuotato rimaneva una persona molto sensibile, fragile, con uno scheletro che difficilmente sosteneva tutte queste debolezze.

Aveva un carattere molto affabile, si fidava delle persone, ha sposato una donna che amava veramente e ha avuto due figli; ma la moglie, all’improvviso, lo lascia, gettandolo nella disperazione più nera (a ciò si aggiungerà anche la chiusura del suo ritorno sugli schermi: imitava Moro quando venne sequestrato e rapito, erano gli anni ’70).

Come può una coppia così felice (con anche due bambini, a sostegno dell’ipotesi di voler costruire qualcosa insieme) rompersi? Forse la dedizione per il suo lavoro non era pari alla dedizione per sua moglie e ciò ha causato scompensi; forse la moglie si è accorta che, stringi stringi, dietro a questo talento istrionico non esisteva un carattere ben definito e formato, una sorta di uomo fotocopia con forti caratteristiche sociopatiche ma nulla più.

In pratica la donna aveva sposato un uomo che poteva diventare tutti tranne se stesso.

La tesi viene avvalorata dal fatto che Noschese ha subito una forte depressione o sindrome dell’abbandono con l’allontanarsi della moglie, evidentemente un punto stabile su cui s’appoggiava e che costituiva la sicurezza e la sua stabilità morale ed emotiva.
La parabola, come spesso succede in questi casi, assume un tono discendente e l’ipocondria ha il sopravvento: si rinchiude volontariamente in una casa di cura, senza dare segni di evidente squilibrio (a dimostrazione di un carattere che ha sempre faticato a manifestarsi).

Dalla casa di cura, come tutti tristemente sappiamo, esce dalla porta posteriore in una bara (essendosi suicidato con una pistola nei giardini adiacenti la villa): ovviamente è tutto un delegare di responsabilità, il personale conferma che non c’erano segni evidenti per pensare ad un gesto simile (ma nessuno si preoccupa del fatto che, un ricoverato, non dovrebbe avere facile accesso a pistole e munizioni).

L’inconsistenza e la fragilità psicologica che lo caratterizzava ha avuto il sopravvento, premendo il grilletto su un genio dell’arte trasformistica, un camaleonte in continua evoluzione che però, una volta rientrato a casa, non sapeva più chi fosse il suo vero io, il vero Alighiero che si guardava allo specchio.

Nel riflesso egli intravedeva un uomo solo, abbandonato dai suoi due unici grandi amori: la moglie e il pubblico (in realtà la gente non l’ha mai abbandonato, questo era un suo pensiero pessimista).

Spero che, una volta passato il confine terreno, tu abbia trovato la serenità che non trovavi in Terra, tormentandoti nella ricerca di assomigliare sempre a qualcuno (e trascurando la ricerca del tuo io). Ciao e grazie per i magnifici momenti che hai voluto donarci.

Marco

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