Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Jurassic World

Jurassic World

Spielberg (in veste di produttore) ci riporta nel suo parco a tema preferito, proponendo l’ennesima variante sul tema dinosauri: flop o top? Scopriamolo insieme, buona lettura.

La trilogia precedente

Nel primo capitolo della saga scopriamo che il professor Hammond sta allestendo su un’isola vicina al Costa Rica (appartenente ad un arcipelago di cinque isole soprannominate Le cinque morti) un parco dove esporre dinosauri ricostruiti in laboratorio. Il DNA mancante è stato compensato con quello degli anfibi e sono tutte femmine, per evitare problemi; le cose prenderanno una piega diversa, vuoi per l’avidità dell’uomo vuoi per la folle ambizione di voler giocare a fare Dio al posto di madre natura.

Nel secondo film Il mondo perduto un componente dell’èquipe del primo film deve andare a recuperare figlia e fidanzata su una seconda isola, nella quale avvenivano esperimenti e allevamenti di dinosauri, necessari per rifornire il parco della prima isola. Questa volta le recinzioni non esistono e la lotta sarà all’ultimo respiro.

Nel terzo capitolo una una coppia di piccoli commercianti perde il figlio sulla seconda isola e, con il raggiro, convincono il paleontologo del primo film a rimettere piede sulla seconda isola (su cui non era mai stato, aveva visto solo la prima), esponendo ad una serie di rischi tutti i membri dell’equipaggio. La brillante idea della IngGen, la società che ha prodotto i dinosauri in provetta, è di salvare il salvabile e trasferire i dinosauri a San Diego, ridimensionando il progetto iniziale dell’isola dedicata e rientrando di una parte dei costi per evitare la bancarotta.

Cosa succede oggi

Ad oggi il parco ipotizzato nel terzo film è aperto ed è una fiorente realtà (nella settimana in cui lo vediamo ha 20.000 visitatori) ma gli azionisti sono preoccupati del calo delle visite, bisogna mantenere il fattore WOW. Una cinica manager accorre in loro aiuto, gestendo anche due nipoti di cui non sa nulla (e che preferisce sbolognare alla sua assistente) e mostrando ai nostri protagonisti un nuovo dinosauro creato in laboratorio, nuovo di zecca: mescolando tutto il DNA che sono riusciti a trovare hanno sviluppato un animale capace di competere con un T-Rex, il più grande predatore esistente (nel film). Più denti, più muscoli, più grida.

L’eccessiva confidenza e leggerezza nei confronti di creature preistoriche che non hanno mai conosciuto nè visto un essere umano sfiora il ridicolo e le conseguenze sfociano ben presto nel dramma, con momenti di panico e la vita di 20.000 persone in pericolo (nuova variante rispetto agli altri film).

Buio in sala

Un adulto nel pieno delle sue facoltà mentali potrebbe rifuggere tranquillamente la visione di questo film catastrofista per tanti validi motivi. Tuttavia la poesia che riesce a mettere Spielberg in certe scene (pur non essendo il regista) e le scelte stilistiche, sia come colonna sonora che come fotografia, lo elevano rispetto alle solite baracconate “muscoli e benzina” alla Dwayne Johnson, come San Andreas per citarne uno dei tanti.

Spielberg valorizza i bambini, li aiuta a vedere il mondo come un posto migliore, riesce a farli sognare anche solo per 90 minuti: chi è in grado di fare tutto ciò con una pellicola merita il mio plauso e i miei articoli (vedere anche Pixar, di cui ho parlato spesso su queste pagine).

A livello tecnico i dinosauri sono molto più realistici (ma dalla prima pellicola del 1993 sono passati anche 22 anni, che in termini tecnologici è una nuova era geologica) e hanno movenze molto più naturali, rispetto a quelle dei primi film. La storia è una “terapia” per il fratello più piccolo, che dovrà affrontare un divorzio, e per la zia, che scoprirà un mondo “reale” oltre allo schermo del suo smartphone. Il monito rimane quello del primo film: la natura vince sempre e la vita trionfa, nonostante tutti i laboratori, provette e ricerche che l’uomo può compiere per piegarla e modellarla a suo piacimento.

Noi non abbiamo (fortunatamente) isole strane con T-rex vivi e vegeti ma nel nostro piccolo tendiamo a piegare la natura al nostro volere tutti i giorni: pensate a chi importa grossi animali tropicali per costringerli a vivere in un appartamento o peggio in un terrario, a chi organizza combattimenti tra varie specie, alla deforestazione selvaggia che sta eliminando l’habitat di tantissimi animali che migrano e cercano gli ultimi baluardi della natura incontaminata dall’uomo.

La reazione del pubblico

Evitate la visione del film in orari pomeridiani o nella prima fascia serale: i pre-adolescenti sanno essere tremendi, tra il continuo ciarlare e gli schiamazzi vi renderanno impossibile godervi l’opera in sala.

Tralasciando questi inconvenienti il pubblico sembra gradire la continuità con la trilogia precedente, l’ironia viene calibrata e dosata nei momenti giusti e gli scontri hanno dimensioni epiche, che tratteggiano i momenti culminanti del film. Un piccolo momento magico per tornare nel parco che ha affascinato le platee di tutto il mondo, con i suoi animali preistorici che lanciano il monito di rispettare la natura, senza voler giocare sostituendosi al creatore.

Se la natura ha stabilito certi ritmi, regole e procedure è frutto di millenni di evoluzione, non di scelte prese a caso: il fatto di voler creare e modificare il corso degli eventi sempre e comunque sta iniziando, oramai, a presentare il conto in termini di riscaldamento globale e buco nell’ozono.

Un film che gli amanti della trilogia apprezzeranno: si ricicla qualche idea e la si attualizza, non è malvagio.

Voto: 7,5/10

Marco

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