Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

La 126 personal bianca

126 personal bianca

126 personal bianca

C’è chi nasce e viene subito scodellato sul Cayenne del papà, sulla Polo della mamma, sulla Corsa della sorella… Io sono nato e fin da bambino ero abituato a due auto: la 126 personal bianca su cui ho fatto le mie prime guide con il foglio rosa e, successivamente la mitica Lancia Prisma 1.6 benzina ad iniezione elettronica: alla partenza beveva di più di un alcolista anonimo portato di bar in bar. La storia di un’auto storica (almeno per me): buona lettura!

La 126 personal era l’ammiraglia Fiat che puntava ad insediarsi nelle famiglie italiane come erede della 500, leggermente più grande e comoda: il motore, come da tradizione consolidata, era dietro con due tremende coperture in plastica nera inguardabili. L’avviamento, per chi non ne fosse ancora a conoscenza, era manuale (con la levetta): alla quinta imprecazione di solito partiva, con quel classico suono sfarfallante del motore che iniziava ad andare su di giri (850cc di cilindrata).

Le marce erano soltanto 4, per cui ai 90 km i pistoni erano già disposti ad uscire per prendere aria: la velocità di punta era limitata anche dall’infelice scelta di dove posizionare il motore. Mettendolo dietro non c’era posto per i bagagli/la spesa e la macchina era più lenta (davanti, sotto al cofano, ci stava solamente la ruota di scorta).

Altro dettaglio sicuramente divertente era la totale mancanza di impianto audio e di casse, i rivestimenti in pelle (che d’estate ti facevano attaccare come la carta moschicida alla parete), un volante duro e ben piantato (ovviamente senza airbag nè servosterzo, ma per fortuna era abbastanza morbido nei movimenti), niente cinture (sono state aggiunte dopo, rendetevi conto!!), niente poggiatesta (il colpo di frusta è all’ordine del giorno in caso di tamponamenti).

Un’auto dove sicuramente la Fiat non ha speso molto in optional o in accessori, nonostante la scritta Personal facesse benaugurare per una dotazione più confortevole della versione base. Le marce erano state messe su un cambio di una volta, per cambiare marcia dovevi andare nel Nebraska e tornare indietro a Napoli per mettere la 4, tanta distanza c’era 😉 .

Non l’ho mai guidata solo, nel senso che quando ho preso la patente l’auto è stata rottamata a causa di una crepa al motore: peccato, mi sarebbe piaciuto aprirci un po’ per dare al motore una di quelle sgasate mai viste 😉 .

Una piccola auto dove mio nonno si gasava come un riccio: era la prima auto che comprava nuova e per lui, dopo aver preso la patente seguendo le lezioni da un prete (le autoscuole non erano diffuse come al giorno d’oggi), era un gioiello che gli regalava soddisfazioni e sorrisi. La utilizzava più che altro per fare piccoli giretti nel mio paese e dintorni, per portare in giro mia nonna per fare i picnic con i loro amici e per venirmi a prendere sotto casa.

Capitava spesso che fossi ammalato all’asilo e così passavo la mattina dai nonni: quando salivo in macchina (ovviamente sollevando il sedile del guidatore, c’erano solo due portiere) non resistevo e mi divertivo a spalpugnare (toccare, ravanare, spettinare ndr) i pochi canuti capelli di mio nonno, che si ribellava giocosamente (alchè giocavo con quelli di mia nonna) 😉 .

Quando mio nonno venne a mancare l’auto la prese mia madre (mia nonna non ha la patente) e così entro nella nostra famiglia, pian piano, di soppiatto con il suo sfarfallare quando il motore andava su di giri: ricordo ancora che il cambio, nelle pause (tipo la sosta al semaforo), tremava come un’ottantenne con il Parkinson! Per farlo stare fermo bisognava andare: le controvibrazioni lo stabilizzavano… L’aria fredda e calda usciva da due bocchettine di plastica orientabili e il rivestimento era una moquette marrone chiaro (ormai piena di pelucchi, dati gli anni).

Da molti veniva considerata la macchina dei Flintstones per via dell’età e una volta siamo partiti facendo 10 km con il freno a mano tirato (per dire come funzionava eh 😉 ) senza accorgecene… Quando venne rottamata feci con Photoshop una lapide virtuale con la foto della macchina, a memoria del servizio reso.

Dopo quasi vent’anni di auto quasi allo sfascio perfino una Punto del ’90 ti sembra un’auto stratosferica, poi gli anni passano e ti piacerebbe fare un giro in solitaria (te, l’auto, il rumore del motore e basta) per godertela, con calma, per dare spazio ai tuoi pensieri e riflettere su quello che ti sta accadendo e su dove stai andando (cosa importante tra l’altro per non finire in un fosso 😉 ): una pausa nel tempo per poter riequilibrare le cose e vederle con chiarezza, nitidezza.

Beninteso, amo la mia Polo e ogni tanto le accarezzo la doppia W frontale e posteriore in segno di rispetto per tutte le scorribande in cui mi accompagna con la mia compagnia, sempre con piglio fresco e scattante: però, se dovesse capitare, un bel giro con la 126 in campagna me lo farei proprio volentieri, così, per divertimento…

Per la foto (all’epoca non avevo la digitale per cui sono andato in prestito) si ringrazia il sito www.centoventisei.it .

Marco

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