Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Silence – Scorsese

Silence-Scorsese

Scorsese torna dietro alla macchina da presa per raccontarci di persecuzioni cristiane. Buona lettura.

La trama

1644, inizio del XVII secolo. A Macao due giovani gesuiti portoghesi, Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garupe (Adam Driver), vengono a sapere, da padre Alessandro Valignano, che il loro confessore, Cristovão Fereira (Liam Neeson), missionario in Giappone, dopo essere stato torturato, ha fatto voto di apostasia ed ha abbracciato lo stile di vita giapponese. I due non vogliono credere alla notizia e decidono di mettersi alla ricerca del loro padre spirituale.

Tramite sotterfugi e aiuti insperati riescono a raggiungere varie comunità giapponesi scoprendo le orribili torture a cui venivano sottoposti i cristiani.

Il film

Scorsese riprende la fortunata collaborazione con lo sceneggiatore Jay Cocks (The gangs of New York e L’età dell’innocenza) per dedicarsi ad un film meditato, ispirato, lentissimo nei tempi e nei movimenti. Con una ricerca quasi maniacale della scena e della composizione perfetta, veniamo portato all’interno delle celle con i gesuiti, provando le loro stesse sofferenze e turbamenti.

Il film evidenzia il dubbio morale più grande di tutti: conviene abiurare e salvare la propria vita (oltre a quella dei poveri contadini innocenti) oppure mantenere fede alla parola di Cristo, condannando tutti ad una morte lenta, dolorosa e agonizzante?

Un film girato con tempi e ritmi che incontrano lo stile di Sorrentino: le sequenze sincopate, ritmate, belle donne-pistole-bang bang e cocaina dei film precedenti scompaiono per lasciar spazio al testamento spirituale di Scorsese.
Mette il freno al sensazionalismo, ai frenetici movimenti della macchina da presa per mostrare un film posato, riflessivo ed estremamente intimista, laddove si indaga sui quesiti che da sempre attanagliano l’animo umano.

Tratto dal romanzo Silenzio dello scrittore Shūsaku Endō, la pellicola narra le indicibili sofferenze a cui venivano sottoposti i cristiani ad inizio ‘600 in Giappone. Bisognerà aspettare due secoli per trovare un atteggiamento di apertura, fomentato dalla spinta degli Stati Uniti. Ritorna la clandestinità cristiana fatta di simboli, codici e linguaggi per evitare patimenti atroci.

I giapponesi medievali conoscevano bene l’arte della persuasione: persone appese a testa in giù in un pozzo con un leggero taglio nel collo, crocifissioni in riva al mare per garantire un lento annegamento… e tutto questo per non mettere un piede su una piccola icona raffigurante la simbologia cristiana (Gesù, la Madonna e similari).

Il dubbio che il regista porta alle nostre coscienze è notevole: la voce che sente il padre gesuita, stremato dalle urla atroci dei cristiani sofferenti, è veramente quella di Cristo oppure è la sua?
Il confine tra pazzia e religione, ricordiamo, spesso è molto labile e il personaggio continua nella sua lotta contro i mulini a vento.

Concludendo

Il testamento spirituale di Scorsese: totalmente girato in modo diverso dai suoi canoni ritmati e sincopati, mostra un regia e una fotografia matura, precisa, calibrata e attenta.
Scorsese è uscito dalla sua zona comoda, reclutando Liam Neeson e Garfield al posto dei classici De Niro e DiCaprio.

Storia molto interessante, inquadrature spesso claustrofobiche per adeguarsi alla prigionia e alle ristrettezze dei cristiani nascosti.
Una pagina della storia giapponese che forse molti vorrebbero dimenticare, utile come promemoria per il futuro.

L’unica pecca è l’eccessiva lentezza, a volte estenuante, decisamente sfiancante: un pizzico di brio avrebbe aiutato a digerire meglio il film.

Consigliato.

Voto: 9/10

Marco

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