Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Steve Jobs|

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Danny Boyle (The Millionaire e 127 ore) alla regia e Aaron Sorkin (The social network) alla sceneggiatura ci propongono la seconda biografia di Steve Jobs, basata sul libro di Isaacson. Incasso facile o opera meritevole? Buona lettura.

La trama

Ripercorriamo il “dietro le quinte” della vita di Steve Jobs in tre anni fondamentali: 1984 (lancio del Macintosh), 1988 (lancio della workstation Next) e 1998 (lancio dell’iMac), ovvero dal lancio del primo Macintosh al rilancio di Apple grazie alla nuova famiglia di iMac. Problemi familiari, economici e di design si interporranno fra il sogno di un grande a artista e la realtà dei fatti, spesso volutamente ignorata da Jobs a causa del suo campo di distorsione della realtà.

Silenzio in sala

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Seppur Ashton Kutcher avesse una notevole somiglianza con Jobs da giovane direi che il film in cui era protagonista nel 2013 (Jobs, ricordate?) non è stato una cosa sconvolgente, anzi una volta a casa mi sono rivisto I pirati di Silicon Valley con Noah Wyle, un film documentario per la TV che ho sempre amato.

Michael Fassbender è riuscito a cogliere e a percepire l’identità di Jobs, rappresentandolo in modo credibile anche dal lato umano: ha mostrato l’anima di un uomo smarrito sul finale, una persona che essendo stata rifiutata da piccola voleva fare lo stesso con la figlia Lisa. Certo, il 94% delle possibilità che lui fosse il padre non è il 100% ma si avvicina abbastanza, inoltre bisogna considerare il legame affettivo che si stava instaurando negli anni.
Questa sua natura ossessiva per il dettaglio, la ricerca del design, della perfezione delle linee semplici è stato il suo mantra, dato probabilmente dal fatto che gli mancava qualcosa, dalla fame di voler dimostrare che era il migliore e punto. Dall’ossessione di voler cambiare il mondo, un computer alla volta.

Quando Steve Jobs era ancora alla guida di Apple i conflitti nati tra i due team (Lisa e Macintosh) generavano scontri e discussioni che peggioravano il clima, anziché portare ad un ambiente stimolante per la creazione di un nuovo prodotto vincente.

“Le persone non sanno quello che vogliono fino a quando non se lo trovano davanti”: vero, molti di noi non sanno di volere una cosa fino a quando non viene loro proposta, però le ricerche di mercato, gli studi di settore e i benchmark servono. Il genio di Steve, ribelle-anticonformista e incontrollabile, gli costò il posto negli anni ’80: era come una Ferrari fuori controllo, sbandava e cozzava contro tutti i guardrail della nazione.
Le prove che supportano questa tesi sono il Mac 128k, lanciato ad un prezzo troppo alto (30.000 macchine vendute a fronte di 1 milione previste): fortunatamente nella versione 512k le cose andarono meglio (il Fat Mac). Dicono che spesso non si impara dai propri errori ed è vero: con Next fece la stessa cosa, una workstation per il settore educational costosissima (versione completa 12.000 dollari a macchina) seppur ben disegnata.
Le scuole preferirono computer anonimi ma con costi nettamente inferiori, puntando sulla quantità piuttosto che sul buon design.
Addirittura Next non aveva ancora un sistema operativo, ma un prodotto allo stato grezzo.

Nel 1998 con l’iMac, forte dei due fallimenti precedenti, finalmente il prodotto che tutti stavano aspettando: un Mac con un design rivoluzionario, colorato e trasparente, con linee morbide e una maniglia posteriore per tirarlo subito fuori dalla scatola, attaccare il cavo di alimentazione e accenderlo. Computer pronto out-of-the-box.

Accantonando per un attimo il settore commerciale nella vita privata vediamo i problemi con Lisa, che Jobs arrivò a rinnegarla per tanti anni, inventandosi addirittura un acronimo (Local Integrated System Architecture) per non dover ammettere che era il nome di sua figlia. La mamma di Lisa aveva qualche problema nel gestire le finanze e vediamo che Lisa deve occuparsi di sua madre, nonostante sia una giovane 40enne.
E molti di questi problemi venivano a galla proprio prima delle presentazioni e dei lanci di grandi prodotti, costringendo Jobs a fare i conti con una realtà che voleva rifiutare.

Concludendo

Una vita costellata da fantasmi importanti che affollavano la vita di Jobs, fantasmi con cui doveva far conti tutti i giorni e rimorsi per scelte prese magari con leggerezza, date dall’ebbrezza del successo e dalla gioventù. Verso la fine del film vedremo un Jobs più maturo, calmo e più incline ad aprire le porte anziché bruciare e radere al suolo muri e barriere.

Fotografia notevole, musiche d’atmosfera ben calibrate, il ritratto di un uomo complesso basato sulla biografia ufficiale di Isaacson: merita sicuramente una visione.

Il miglior biopic su Steve Jobs realizzato al momento in cui scriviamo. L’unico che è piaciuto a Wozniak.

Voto: 9/10

Marco

Per l’immagine di base si ringrazia DeviantArt.

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