Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

microfonoQuesto blog ha sempre avuto, fin dalla sua nascita su Blogger e (ri)nascita su WordPress, lo scopo e la funzione di dare voce a chi, per svariati motivi, voce non ha. Abbiamo parlato di truffe (telematiche e porta a porta), di ingiustizie e delle lungaggini burocratiche italiane, senza mai censurare nulla (questo è il web 2.0 e l’informazione non può essere imbavagliata). Oggi proviamo ad analizzare uno dei più grandi enigmi italiani: la meritocrazia. Buona lettura!

Della serie “a caccia del DVD”: se vuoi avere uno spaccato reale su questo tema, con un tono divertito ma anche intenso e drammatico a punti, guardati il film di Virzì Tutta la vita davanti. Il potere delle immagini ti lascerà senza fiato.


P. Virzì Tutta la vita davanti Trailer

Date a Cesare quel che è di Cesare (e a Dio quel ch’è di Dio)!

Come mai questa frase suona incredibilmente attuale? Forse perchè nel nostro bel Paese (ma anche all’estero, America esclusa, credo che troveremmo dei casi analoghi) la meritocrazia è un concetto sottovalutato, nascosto sotto veste e cariche che sfruttano la manodopera altrui attribuendosene i meriti. Esemplificando: se fai bene io vinco, se sbagli ti caccio. Citando Proietti nel film Le barzellette: “mi scusi ma perchè quando li dobbiamo fregare siamo in due e quando veniamo fregati sono solo io?“.

La tematica con problemi relativi al merito oltreoceano non si pone: dal tuo Mac mandi una demo al produttore e domani puoi avere un contratto per fare un disco (o almeno un appuntamento), Steve Jobs risponde direttamente alle mail che gli vengono spedite (e molti blog ne sono la testimonianza), l’ufficio stampa di Google è un ragazzo di 24 anni (!!). Se hai i numeri e vali davvero (ovviamente alla base una buona laurea aiuta sempre) vieni assunto: negli Stati Uniti chiedere informazioni come nome, cognome, sesso, età, religione, razza, stato civile, etc è vietato, sono considerate informazioni off limits.

Tornando nel tranquillo mare Adriatico troviamo i “giovani” manager di 40/50 anni, presidenti sessantenni con stagiste poco più che ventenni (ma qui l’avvenenza fisica la dice lunga sui meriti: casomai meriti di madre natura o del chirurgo plastico), ragazzi laureati e specializzati che devono elemosinare un contratto a tempo determinato che va da 6 mesi ad un anno (dove se ti pagano più di 300 euro al mese sembra che ti stiano dando la grazia divina).

Capisco che in Italia dei benefit come Google (campi da tennis, mensa e bici gratis, gestione indipendente del tuo tempo, sala massaggi e via elencando) possano permetterseli solo le multinazionali, ma credo che una maggiore attenzione al dipendente non sia così sbagliata: gli statunitensi devono sedurre le maestranze per attirarle a sè e garantirsi le loro idee migliori, gli italiani assumono persone validissime trattandole come zerbini e sfruttandole fino alla fine del contratto.

All’inizio dell’articolo parlavamo di dare voce a chi voce non ne ha: gli studenti universitari rientrano in questa categoria. Siamo classificati come bamboccioni da Brunetta però intanto studiamo e ci documentiamo su cosa succede nel mondo (di quanti politici potremmo dir lo stesso?), alcuni di noi lavorano e lottano per saldare un affitto a fine mese (che spesso non è nemmeno del tutto in bianco) dividendo la casa con altri ragazzi, le prospettive di lavoro hanno contorni nebulosi ed evanescenti…

Se a questo aggiungiamo la sempre richiesta esperienza sul posto di lavoro si ride veramente: ma come, io ho lavorato per anni alle spalle dei vari datori di lavoro sotto forma di stage e/o attività extra universitarie e poi mi chiedi l’esperienza? Non posso darti una cosa che, a livello seppur nominale, mi hanno rubato.

Lo studente italiano, oltre a vedersi rubare sogni e speranze (sperando stoicamente che qualcosa cambi), si vede sottratti i meriti, le ore di fatica ed impegno dal capo/comandante/responsabile/direttore e deve anche ringraziare il suo superiore che per bontà aulica gli concede quella possibilità.

E così succede che queste indecenze si protraggano nel tempo senza che nessuno alzi mai un dito o dedichi due righe sul tema: capirai se il giornale/radio che utilizza degli scribacchini laureandi si auto denuncia da solo in prima pagina…
Ma oggi c’è la rete, Youtube, i blog, la fotografia e il video digitale: le cose sono archiviabili e memorizzabili in almeno 15 modi diversi e fanno il giro del Pianeta.

La creatività spesso viene data come scontata, il saper scrivere viene considerato alla stregua di un vezzo che se c’è bene altrimenti si può vivere anche senza. E i meriti del valore intellettuale a chi vanno?
Siamo ritornati (o forse non ci eravamo mai allontanati) ai tempi dei grandi pittori, dove l’allievo di Michelangelo, Raffaello o Leonardo Da Vinci realizzava un’opera e poi il Maestro se ne attribuiva i meriti, vendendola per sua e dando all’artista le misere briciole rimaste.

Oggi vorrei render merito e ringraziare pubblicamente quella nutrita schiera (e speriamo che proliferi sempre più) di docenti, datori di lavoro, professori e professionisti che aiutano i giovani nella formazione premiandoli, riconoscendo le loro opere e guidandoli nei tortuosi ed impervi sentieri della vita.
Sono persone che forse non si guadagnano la prima pagina del giornale o un flash sul TG1 ma hanno una dignità, una correttezza e un amore per le cose fatte con passione e competenza che le rende davvero uniche, mosche bianche in un panorama oscuro.

A tutti loro io in prima persona (ma anche come portavoce di molti miei colleghi) voglio dire grazie ricordando che in quasi tutto il mondo l’economia si sta muovendo con i brevetti (merito di ricercatori italiani in buona parte, e questo ci rende particolarmente orgogliosi). Se in Italia ci si sofferma sui dati anagrafici e sulle caciotte col pecorino la vedo dura, durissima: il futuro va messo nelle mani dei giovani (e bisogna render loro merito).

Il furto intellettuale è ancora più grave di quello fisico: uccide la persona nell’anima, una delle poche cose che forse dovremmo conservare per ricordarci sempre chi siamo e da dove veniamo. Se non sai chi sei come puoi sapere dove andrai?

Marco

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