Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Caterina va in città

caterina_città_mix by Cobain86

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Paolo Virzì, con la sua delicatezza ed ironia, ci racconta in modo sussurrato le avventure di Caterina, una giovane ragazzina delle medie che si ritrova catapultata nella capitale e invischiata nella politica fino al collo. Analizziamo insieme questa pellicola che, proprio qualche giorno fa, è stata ritrasmessa da Rai Movie: buona lettura!

La trama
Caterina è la classica ragazzina di provincia, ingenua e taciturna: la sua grande passione è cantare nel coro e la musica classica. Il padre (professore di ragioneria), in cerca di nuove speranze e di un futuro migliore, si trasferisce nella capitale con una moglie provincialotta e tanti sogni nel cassetto.
Caterina si ritroverà in mezzo ad un vortice curioso, tra destra e sinistra, tra moda e anticonformismo, tra un padre depresso e una madre sottomessa: ma alla fine, per fortuna, vince l’affetto e un sentimento vero, non corrotto dalle mode del momento.

L’analisi
Caterina fa da voce narrante (come già succedeva con Ovosodo) e, tramite il suo sguardo impaurito e timido, vediamo una gioventù romana che lascia molto a desiderare: il trionfare delle passioni politiche è più legate ad istinti modaioli più che ad una vera coscienza politica (notare che i protagonisti della vicenda devono ancora fare l’esame di terza media!), dove gli insulti sono l’unico modo per comunicare e le parole se le porta via il vento.

Caterina si trova quindi coinvolta da Margherita, ragazza alternativa comunista convinta, che adora leggere e preferisce la cultura alle sfilate di moda.
Vede nella protagonista un materiale grezzo da lavorare e plasmare, con cui instaurare un’amicizia solidale contro il “potere costituito”. Tutto questo finirà quando il padre di Caterina, finalmente presente, si accorge che Margherita stava facendo tatuaggi improvvisati a sua figlia (anzichè studiare).

Caterina viene quindi risucchiata dal secondo vortice, quello di Daniela, se vogliamo a tratti più pericoloso e distruttivo: la ragazza è figlia del ministro Germano e il padre della protagonista la spinge fortemente verso quest’amicizia, sperando anche lui di poter fare la scalata sociale.

In realtà l’unica scala che intraprendono è verso il baratro: la figlia viene coinvolta in una vita sregolata fatta di furtarelli con autista in macchina e festini lussuosi, tutti conditi da un retrogusto fortemente fascista (vedi il matrimonio dove, ad un certo punto, tutti si mettono a cantare Giovani Fascisti con il braccio teso), mentre il padre si ostinerà a chiedere favori al ministro, che però non potrà fare nulla per lui.

Vera ironia della sorte il ministro Germano e il padre di Margherita, intellettuale rinomato, vanno d’amore e d’accordo, nonostante le figlie si prendano a mazzate perchè si schierano dietro a due idee politiche totalmente opposte.

Caterina non sa veramente cosa fare: prima coinvolta nel giro degli alternativi, poi scaraventata nella bella vita romana, in seguito abbandonata da entrambe le fazioni, considerata ormai un caso perso perchè non si uniformava ad una delle due correnti. La figuraccia che il padre della protagonista rimedia al Costanzo Show è l’ennesima goccia che fa traboccare il vaso, affossando le sue relazioni sociali sotto terra.

Il vuoto dentro
Il minimo comune denominatore di questi ragazzi, di destra e di sinistra, è la totale mancanza di una seria istruzione alle spalle: nonostante l’agiatezza economica e la cultura, infatti, questi figli sono affidati ai domestici/autisti/camerieri e i genitori risultano tristi burattini che, annoiati da una vita fatua e senza riferimenti, passano il tempo ad autocommiserarsi, non capendo che i figli hanno bisogno di una guida per crescere.

Nello spaccato di Virzì la guida latita, i ragazzini sono allo sbando, nessuno è capace o vuole fare qualcosa: solo l’autista di Daniela, dovendola ripescare da un festino in villa, si permette di darle un sincero schiaffo per farle capire che aveva esagerato con la sua strafottenza.
Caterina ad un certo punto esplode, non ce la fa più, scappa: troverà rifugio dal suo dirimpettaio, un ragazzo australiano che le farà una breve analisi della sua famiglia facendole capire che, alla resa dei conti, più che seguire le mode conta seguire il cuore.

Il commento
Virzì, con il suo pennello delicato e mai volgare, affresca una società romana che dovrebbe recuperare i valori perduti per evitare che una generazione vada allo sfacelo. È piacevole, non ricade nei clichè mostrati da altri registi contemporanei, ci porta con la sua cinepresa all’interno di queste enormi solitudini che ricordano grandi chiese: affreschi stupendi alle pareti, tinteggiature di Michelangelo ma un grande vuoto nel mezzo.

Virzì il vuoto lo riempie con Caterina, una piccola biglia colorata che, come in un enorme flipper, viene sbalzata da un angolo all’altro del tavolo da gioco, in preda a questo turbinio di finte passioni: grazie alla sua messa a fuoco visualizziamo anche noi il conflitto della ragazza, che partecipa ad un gioco più grande di lei e soccombe, insieme al padre. Per la figlia, per fortuna, grazie al Conservatorio, assistiamo alla sua rinascita mentre il padre, partito sulla sua moto Guzzi, forse ha trovato l’Eldorado che tanto cercava.

Il giudizio
Un Virzì che esce dalla Toscana per mostrare la cruda realtà degli adolescenti romani odierni, cresciuti con regali e domestici anzichè con i propri genitori e l’amore indispensabile a formare una persona completa.

Voto: 9/10

Marco

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