Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Cigno nero

Cigno nero

É possibile realizzare un film sulla danza senza melodie scanzonate, gente che sbuca da ogni dove e accoppiamenti di dubbio gusto come in Mamma mia? A quanto pare sembra di sì: buona lettura!

La storia (in breve)
Una ragazza newyorkese viene scelta per interpretare Il lago dei cigni. La storia è presto detta: una ragazza mozzafiato viene intrappolata nel corpo candido e puro del cigno bianco, ha bisogno del vero amore per liberarsi. Il principe (a quanto parte l’unico che passava in quelle lande) viene sedotto dal cigno nero, il cigno bianco s’ammazza ritrovando la libertà perduta.
La madre ossessiva con il sogno infranto, l’ex prima ballerina finita su una sedia a rotelle a causa della sfortuna (e della sua ubriachezza molesta), il forte stress e l’instabile salute psichica della ragazza condiscono il resto, servendo un premio Oscar come migliore attrice alla Portman.

La fotografia e il montaggio
Nei film sulla danza e il balletto siamo abituati a saltellare animosamente, godendoci uno spettacolo che differisce dal teatro solo per il fatto delle inquadrature multiple montate insieme.
Qui il regista ha dato fiato alle trombe, e vediamo di tutto un po’: essendo un thriller psicologico che finisce in dramma (una cosetta per stare allegri, insomma) le ambientazioni sono cupe e al tempo stesso spoglie, viaggiamo su toni di grigio tranne nelle poche incursioni esterne (discoteca e stanza della protagonista). Il padre non c’è (come al solito, la madre ha partorito la figlia troncando la sua carriera a 28 anni) per cui le inquadrature evidenziano il rapporto ossessivo materno, con una donna che tratta la figlia come una bambina e cerca di farle vivere quello che lei non ha mai avuto.

La base psicologica
La dolce protagonista Nina, nonostante un provino andato così e così, riesce a realizzare il suo sogno. Nasce un rapporto controverso con una ragazza di San Francisco molto libera e giocosa, che cerca in tutti i modi di diventarle amica; una comoda scappatoia per reprimere l’oppressione maniacale materna, che continua a trattarla e a servirla come se fosse una bambina, quando è lapalissiano che la situazione è mutata. Il rapporto tra le due però non matura con gli anni e lei si trova schiacciata, come sotto un masso: il direttore pretende maggiore libertà e naturalezza, la madre vuole la sua bambina, la scadenza è alle porte.

Nasce quindi nella sua mente l’idea contorta che l’amica le voglia soffiare il posto tanto ambito da Regina dei cigni; nella costante ricerca della perfezione e della libertà nel movimento inizia a perdersi, il cervello pian piano partorisce visioni falsate e irreali, creando allucinazioni che noi spettatori vediamo come reali e concrete, esattamente come la ragazza.

Una mente stanca ed esausta può elaborare qualsiasi cosa: attacchi di panico, manie di persecuzione come in questo caso, generare falsi ricordi… Un bel macello, quando tra cinque minuti devi essere in scena. Il confine sadico tra la sanità mentale e la pazzia la porta però ad una delle sue migliori interpretazioni, in quanto visivamente si muta esattamente nel cigno nero (con tanto di crescita del variegato piumaggio); ma non percepire il sogno dal reale può essere molto rischioso, specialmente quando si è da soli.

Il dramma che si fonde con l’opera
Nina, nel suo candido vestito bianco, presa dalle voci e dalla mania persecutoria, spinge la sua avversaria/amica (che qualche sera prima l’aveva portata in discoteca e le aveva mischiato l’LSD nel drink) contro lo specchio, frantumandolo. Le pericolose schegge sono un’occasione invitante e Nina decide di infilzare la sua amica, in modo da avere il predominio assoluto sullo spettacolo, nasconde la ragazza nel bagno del camerino e va in scena. Nella scena finale, quando il cigno bianco si butta dal baratro, il teatro esplode fragorosamente in un applauso colossale. Ma sul materasso posizionato dietro lo spettacolo non è edificante: Nina ha una ferita centrale, che intravediamo anche nel camerino, dalla quale estrae un bel pezzo di vetro.

Come nell’opera, quindi, la pazzia l’ha portata a fondere realtà e finzione, rendendo il dramma autentico: anzichè l’amica, viva e vegeta, la protagonista ha infilzato sè stessa, suicidandosi alla ricerca di una perfezione e (forse) della libertà tanto desiderata. La sua mente offuscata, ancora una volta, l’ha ingannata distorcendo la realtà dei fatti.

Ancora una volta: non per tutti
Il regista ha deciso di dare delle sferzate infuocate al mondo del balletto e ha preso la tavolozza dark più assortita: autolesionismo, omicidio con occultamento (anche se solo immaginato), scene di amore saffico, consumo di LSD sciolta in alcolici, coltellate, squilibrio mentale dato da una distorsione del reale, una ragazza che non riesce a provare il piacere nemmeno con sè stessa. Sicuramente sconsigliato ai minori, se volete bene ai vostri figli e nipoti la visione è fortemente proibita: dipinge il mondo del balletto come un turbine di odio e cupidigia che porta a conseguenze disastrose, e lo fa con toni forti, massacranti. Meglio rimandare ad un età in cui, anche psicologicamente, possano elaborare il messaggio in modo completo e maturo.

Rash finale
Se Billy Elliot raccontava come un ragazzo di provincia potesse diventare il primo ballerino del Royal Ballet (ed interpretare, scherzo del destino, la medesima opera di questo film), qui vediamo la preparazione per un simile evento. Bello, coinvolgente e ben girato, ha un periodo di corteggiamento nel quale, pian piano, invita lo spettatore ad un maggior coinvolgimento; ma tra le visioni e le azioni dettate dallo stress della competizione e da una mente instabile vediamo scene forti (non come in 127 Ore, comunque); siete stati avvisati.

Voto: 9/10

Marco

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