Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Jumanji Dopo vent’anni troviamo una riedizione proposta dal nostro spaccapietre di Detroit preferito: ne varrà la pena? Buona lettura!

La trama

1996. Il gioco, atterrato sulle coste francesi dopo le disavventure di Adam Parrish, arriva miracolosamente negli Stati Uniti.

Un ragazzo lo snobba non vedendo pulsanti e bottoni e lo accantona. Dopo qualche ora il gioco si trasforma in una cartuccia da gioco, stile Nintendo: la inserisce in una sorta di Atari modificato per il film e scompare dalla stanza.

Vent’anni dopo quattro adolescenti purulenti vengono messi in punizione a scuola: iniziano a giocare con questa consolle e si ritrovano all’interno dei loro personaggi nella giungla.

Luci in sala, ciak

Jumanji_kids

Il ricordo al meraviglioso film con Robin Williams (Alan Parrish) è incessante: ad ogni scena, ad ogni cambio di inquadratura ricordiamo lo sguardo sconvolto e disperso del ragazzo che si è perso nella giungla tanti anni fa.

La mancanza di un attore così dotato è stata rimpiazzata da ironia e nuovi effetti speciali, che riescono a rendere un giaguaro o un rinoceronte molto più reali rispetto al primo film.

A differenza del film originale qui i personaggi sono avatar: l’afroamericano sulla sinistra diventa Kevin Hart, perdendo in statura ed elasticità. Il nerd centrale diventa Dwayne Johnson (lo spaccapietre di Detroit, per intenderci), la studiosa diventa Karen Gillan (e il cambio non è affatto male), la bionda ossessionata dai selfie mentre sta evacuando diventa il rotondo e paffuto Jack Black.

Rispetto al primo film, dove i personaggi crescono, maturano e invecchiano nel gioco, qui rimangono immutati, fedeli al proprio avatar elettronico.

La differenza principale è questa: essendo le anime dei ragazzi inserite nei corpi di attori maturi vedremo Jack Black saltellare felice alla scoperta del proprio pene, Dwayne Johnson sconvolto da turbamenti adolescenziali, la ragazza studiosa coprirsi in continuazione perché non è abituata a top scollati e short.

La difficoltà di trovare un posto libero nelle varie sale, nonostante sia un seguito e non il film originale, ne è la testimonianza: fa ridere.

Rispetto alla prima pellicola troviamo anche l’incisione sul tronco usato per il rifugio (Alan Parrish was here), un piccolo elefante nero usato come segnalino nel primo film e poc’altro.

La storia si ripete: un ragazzo viene inghiottito dal gioco, la casa va in rovina e i genitori sono distrutti, il gioco si risolve, tutto torna come prima e tutti si sodomizzano a vicenda.

Conclusione

Il film, rispetto al solito film d’azione dove tutti cercano di scappare sparando battute idiote mentre smitragliano senza un domani, cerca (senza riuscirci) di mantenere la poesia dell’originale.

Ne converrete, infatti, che vedere la giungla trasportata nella città dove vivi con dei ragazzini spaventati che fuggono e che iniziano ad assumere sembianze animalesche, è molto più spaventoso e drammatico rispetto a Dwayne Johnson (uomo forgiato dalla ghisa e dal cemento) tirare un pugno che fa volare in aria la gente, come nei film di Bud Spencer e Terence Hill.

L’ironia è il caposaldo del film: giocando sullo scambio di corpi, si generano una serie di situazioni e gag godibili, grazie alla capacità degli attori di impersonare degli adolescenti purulenti in modo eccelso.

Si perde, ma è il prezzo da pagare per la mancanza di Robin Williams, il genuino terrore dato dal lancio di dadi quando la casa veniva distrutta e il dramma famigliare dei genitori morti del primo film. Due spessori totalmente diversi.

Mentre il primo film, che parte dal 1869 per arrivare al 1996, ti teneva sveglio la notte e ti portava al finale con un reale senso di liberazione, quando le due famiglie (ragazzi e Alan Parrish) si ricongiungevano dopo anni, questo ti fa ridere per un paio d’ore e poi tutti a farsi una birra al pub, senza troppi pensieri. È una simpatica carnevalata, seppur ben realizzata.

Viene proposta una timida riflessione: essendo gli avatar l’esatto opposto dei personaggi reali, notiamo una piccola maturazione degli adolescenti finora citati, ma nulla di sconvolgente.

Utile per una serata piacevole, senza troppi pensieri: ma se volete conoscere il vero gusto della giungla e il terrore del non tornare più a casa recuperate il primo in Blu-ray: rimarrete incollati alla TV come mai prima d’ora, oltre ad avere il piacere di rivedere il mitico Robin negli anni del massimo splendore.

Voto: 7/10

Marco

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