Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Marco (io)

Un racconto suddiviso in 4 articoli che toccherà i vostri cuori, le vostre coscienze e le vostre anime: ecco a voi la prima parte, buona lettura!

Le superiori

La mia scelta delle superiori fu quasi a senso unico, in quanto non avendo predisposizioni pratiche (falegname, meccanico, elettricista, ecc…) ed essendo negato per il disegno tecnico, l’unica scelta rimaneva la buona, vecchia e classica ragioneria (continuando, involontariamente, la tradizione di famiglia).
Appena arrivato mi innamorai di una ragazza che aveva un anno in più di me ma, come tutti gli amori adolescenziali, non era ricambiato e così passai da umore super a umore sottoterra. Buona lettura!

Poi arrivò il fatidico momento della gita, trascorsa un giorno a Venezia (dove, per dovere di cronaca, devo riportare che ci siamo persi due volte io e il mio gruppo), anche se il nostro sogno era la gita in più giorni. Tutto questo fu merito (ovviamente si fa per dire) delle nostre due rappresentanti (che ringrazio, tral’altro, per averci fatto perdere il Futurshow e altri eventi mondani a cui le altre classi parteciparono).

Come succede sempre in questi casi noi andammo a votare con un criterio puramente estetico e non meritocratico (non conoscendo nessuno era l’unico che potevamo adottare), e quindi fummo ripagati dalla stessa moneta.

La classe 1^C era formata da ragazzi e ragazze troppo divertenti e forti per non citarne almeno qualcuno. Come potrei, infatti, omettere la bellissima Marika, dietro la quale noi ragazzi ci perdevamo gli occhi, che era però in buona compagnia seguita da Alexia e Tania?
E come non ricordare il mitico Simone, figlio di un papà più che benestante?

La cosa bella però stava nel fatto che Simone era (ed è tutt’oggi) un comunista militante convinto iscritto alla Sinistra giovanile, che poi scoprimmo qualche anno dopo che andò al Fermi di Modena per fare due anni in uno (in quanto la sua passione allo studio era di gran lunga inferiore a quella per la politica).

Ma sono degne di nota anche il temperamento indomabile di Angela, casinista nel DNA, la smodata passione per Laura Pausini e Biagio Antonacci (legata a nodo doppio con la sua vena poetica) di Rosanna, la simpatia pacioccona di Elisa…

Lo scooter

Intanto il mio piccolo cuore rombante iniziava a sognare uno scooter, un forte simbolo di libertà ed indipendenza, soprattutto quando vivi in un piccolo paese e devi muoverti per andare un po’ nel movimento.

Solo che io non ero il classico “figlio di papà” che si ritrova un Malaguti F12 al compimento del 14° anno, e così ho aspettato pazientemente fino a 16 anni per prendermi un mitico Typhoon Galera usato.

Erano bei tempi, quando ancora giravi per le strade senza patentino: era l’esperienza a guidarti per le strade del piccolo borgo dove sei nato e cresciuto.

Ma si vede che, in almeno due occasioni, l’esperienza doveva avere una benda sugli occhi, in quanto ebbi due piccoli incidenti (roba da poco, un piccolo tamponamento da dietro che mi fece cadere e una scivolata in un fossettino al margine della strada) che però non arrestarono la mia sete di guida, libertà, divertimento ed indipendenza.

Qualche escoriazione superficiale e qualche settimana in casa non potevamo demolire in me la sete e la passione che avevo per le due ruote (e per quello che rappresentavano per me).  Nonostante tutta una serie di pareri contrari (provenienti da genitori, parenti e via discorrendo), armato di tutta la mia buona volontà e dalla passione per le due ruote, ritornai in sella. Passati i timori iniziali, tornai a provare nel cuore e nel petto l’emozione e il brivido della velocità e del vento che, sferzandomi la maglietta, mi riaccoglieva tra le sue braccia per salutare il mio ritorno in strada.

My friend: Betty

Intanto, tra una scorazzata in scooter e due risate con gli amici, rafforzo anche la mia amicizia con una ragazza che alle medie (ma come poi, spesso, succede in tanti ambiti della vita) non calcolavo neanche, cioè Betty. Betty aveva una connessione ad Internet che io non avevo e una grande collezione di dischi (mentre la mia era esigua). Lo scambio musicale con Betty, questi nuovi e favolosi input acustici che affollavano e deliziavano i miei timpani, entrandomi nella mente e lasciandomi stordito dolcemente dalla loro creatività ed espressività, fecero sì che per un bel periodo frequentai la casa di Betty abbastanza frequentemente.

Quando mi riferisco a “casa di Betty” includo non solo Betty ma anche le sue amiche (quali, per esempio, Laura, Nicole –per gli amici Niky- con cui tutt’ora sono amico e ogni tanto ci si sente, Anna e così via…) più intime. Di Betty mi catturava soprattutto il suo fatto di essere controcorrente, una che non si omologa ma che, casomai, inventa.
Questa specie di “salotto culturale” alternativo a casa di Betty, paragonabile a quelli frequentati a Parigi o Roma dai più nobili intellettuali del passato, era una risorsa incredibile e continua di idee, pensieri ed opinioni sempre nuove, dove ci si divertiva forse a crescere un po’ tutti insieme, facendo diventare la vita dei vari idoli musicali anche un po’ la nostra, forse per il bisogno comune di riempirla di emozioni che la vita paesana non ci offriva, essendo totalmente asettica da nuovi stimoli.

Passata l’estate, al rientro in classe settembrino, nella ancor più mitica 2^C, grazie ad un rimescolamento di animi e di persone, ebbi la fortuna di conoscere due ragazzi simpaticissimi, Graziano e Alberto detto “Abba”, praticamente due istituzioni del Meucci.

Ma questa è un’altra storia. To be continued.

Marco

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Commenti su: "Per chi suona la campana_1 parte" (5)

  1. Ma quello nella foto sei tu? Ma quanti anni hai adesso?
    Betty, leggendo la sua descrizione mi sembra di vedermi seduta lì a bere tè, tutta vestita di nero, in mezzo a tante amiche farfalle colorate.

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