Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Coco by Pixar

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La Pixar ci porta in SudAmerica, ma non siamo in cerca di burrito, tacos odorosi e mariachi. Buona lettura!

La trama

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Festa dei morti, intorno al 2 novembre.

Miguel è un simpatico nanetto che saltella tutto il giorno idolatrando una specie di Gigi D’Alessio sudamericano: Ernesto De La Cruz.

Il suo migliore amico è un cane di strada pulcioso di nome Dante, che va in giro mangiando qualsiasi cosa riesca trovare, commestibile o meno.

La famiglia del ragazzo, contraria a qualsiasi forma di musica (in quanto il cugino del cognato dello zio del bisnonno fuggì per andar in cerca di fortuna), gli frantuma con sommo piacere la chitarra sul cemento davanti ai suoi occhi.
Distrutto, scappa in mezzo alla folla per cercare un’altra chitarra per partecipare al talent locale, facendo vedere chi è più grosso.

Il furto tuttavia lo porterà nel regno dell’oltre tomba dove, oltre a non rubare, scoprirà chi è il suo vero avo e le ragioni del suo gesto.

La pellicola

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Troviamo un glorioso Mac del 1984: dopo il Mac bianco di Toy Story troviamo un’altra gloria storica Apple nei film Pixar.

Sentimentalismi a parte, dal trailer e dalla locandina verrebbe da pensare al solito ragazzo che vuole sfondare, affogandosi di burrito, tacos odorosi e ascoltando mariachi da mattina a sera.

Lee Unkrich e Adrian Molina dicono di essersi ispirati alla festa dei morti sudamericana, laddove il richiamare i defunti diventa una gioiosa festa di luci, tante candele e colori a differenza dell’Halloween americano, più simile ad una carnevalata horror.

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Secondo il mio modesto parere hanno scopiazzato da Tim Burton: che il regno dell’oltretomba, giocoso e colorato, potesse essere un’idea per un film era già noto grazie a quel capolavoro intitolato La sposa cadavere.

Le similitudini continuano: il bambino si porta un cane nell’aldilà (ne La sposa cadavere il protagonista trova il cane con cui giocava da piccolo), entrambi cercano di scoprire la verità su una scomparsa improvvisa ad un certo punto della storia, il dilemma se rimanere nell’oltretomba o ritornare tra i vivi… tutto già visto con Burton.

Pixar, pur avendo scopiazzato l’idea in modo assassino, ha realizzato un buon lavoro: il piccolo e petulante Miguel si ritrova in un nuovo mondo, dove apprezza il valore della famiglia e, per questa, è disposto a rinunciare al suo grande amore:
sciabattare con un sombrero infastidendo i turisti con canzoni neo-melodiche.

Colpi di scena, grandi attimi di tensione, la citazione di Frida Kalo e la chitarra sfasciata ci riportano ai tempi di Ralph Spaccatutto della Disney, dove sono scese calde lacrime alla distruzione della macchina da corsa della bambina-glitch.

Conclusione

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Il trailer e l’immagine generale del film lo fanno sembrare una carnevalata a suon di burrito scaduti, tacos odorosi e mariachi molesti: tuttavia se approfondiamo la questione e ci impegniamo per guardare il film, scoprendo che verso la metà inizia a diventare interessante… e dopo siamo realmente curiosi di conoscere il finale.

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La morte viene rappresentata in modo molto gioioso, insegnandoci l’importanza di ricordare i nostri cari per evitare che spariscano nel mondo dell’aldilà.

Le citazioni a Tim Burton sono imbarazzanti, compreso l’esperto bibliotecario che guida i personaggi nei passaggi tra i due mondi.

Tuttavia, a fronte di un budget sui 170 milioni di dollari ne ha incassati più di 600, per cui un successo su tutta la linea.

Merita uno sguardo.

Voto: 8/10

Marco

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Commenti su: "Coco by Pixar" (3)

  1. Non mi ha fatto impazzire di gioia ma un film carino, con qualche colpo di profondità interessante.
    Degli ultimi Pixar continuo a preferirne altri (“Inside Out” su tutti), ma anche questo merita.

    • Coco e il viaggio di Arlo sono costruiti per far battere il piedino in sala al bimbo, come se fosse Tippete nel giorno di raccolta delle carote. Inside Out è stupendo ma credo che dovremo aspettare il prossimo Toy Story per emozionarci ancora.
      Ultimamente mi sto concentrando sugli anime, come avrai notato dalle recensioni: qualità grafica altissima e storie semplici ma decenti.

  2. Vabbè,almeno Gigi D’Alessio non è De La Cruz

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