Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Arrival

Una donna si trova a comunicare con gli alieni appena sbarcati sulla Terra: buona lettura!

La trama

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Una linguista che insegna all’università e, nel tempo libero, collabora a progetti top secret con il governo, viene reclutata a forza per parlare con misteriosi alieni appena sbarcati sulla Terra.

Le turbe mentali del regista, la sofferenza della donna per la perdita di una figlia gravemente malata, la narrazione allungata fino allo spasimo ci accompagnerà per due ore a dir poco interminabili.

Silenzio in sala

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Il film, come avrete colto nel sunto precedente, parte con una botta d’allegria: una figlia malata geneticamente (ovviamente malattia rarissima), la madre sapeva e ha continuato lo stesso… quando il marito lo scopre la abbandona.

Con questa gioia nel cuore proseguiamo a passi d’elefante nel film: inquadrature sul mare, una penombra costante e inquietante… tutti indizi per un thriller psicologico che stringe l’occhiolino alla fantascienza.

Parliamo di sbarchi alieni infatti: ci si aspetterebbe mitragliate di AK47, bombe all’idrogeno e militari all’assalto al grido di Sparta. Ma nulla di tutto ciò vedrete, qui siamo su alti livelli filosofici.

La condanna (a tradimento)

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Mentre osserviamo un’intensa e sofferente Amy Adams, riscopriamo con piacere Jeremy Renner che interpreta un fisico teorico (fa sbellicare, pensando alle rapine armate in banca di The Town).

Il regista, un bravissimo Denis Villeneuve, vive ad un altro livello: il film induce e porta la riflessione filosofica nelle nostre misere vite.

Chi siamo, dove andiamo, dove parcheggiamo (e quanto paghiamo il parchimetro)… i grandi dilemmi dell’uomo moderno.

A cui il regista, tronfio come un pavone con la sua ruota appena lucidata e cromata, aggiunge la circolarità del tempo, la difficoltà del linguaggio e una protagonista con poteri sensoriali e di preveggenza.

Villeneuve è infatuato dal cinema di Terence Malick (che ammetto di non conoscere): abbina quindi agli Incontri ravvicinati di Spielberg una parte filosofica estenuante, che dilata qualsiasi inquadratura per dieci, quindici secondi quando ne basterebbero 3 o 5 al massimo. Bisogna riflettere e, osservando il film, le riflessioni non mancano, credetemi.

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Perché a me? Quanti supplizi indicibili ho operato, quale bestie di Satana ho torturato per dovermi sorbire un supplizio simile?

Battute a parte io capisco l’arte, la fotografia pura che porta all’inquadratura perfetta, i tempi riflessivi, le musiche ad hoc (applausi al montaggio sonoro, veramente eccellente) ma così… è troppo.

Villeneuve era talmente preso dalla pomposità, dalla filosofia e dalla riflessione sui massimi sistemi che si è dimenticato… di tenere sveglio il pubblico, calibrando azione e riflessione.

Concludendo

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Un nome un destino: arrivare alla fine della pellicola senza aver schiacciato un pisolino, ecco la vera sfida che vi attende, avveduti spettatori del mio blog.

Il risultato di questo sbilanciamento verso il cinema d’essai, verso quella voglia di dare fuoco alle poltrone davanti a noi, ha portato il film a ricevere premi solo sulla parte sonora.

Su questo punto nulla da obiettare: il montaggio sonoro ci prepara alla scena, sottolineandola in modo impeccabile e la fotografia, come potete notare, è da applausi.

Degno di nota il tema musicale di apertura e chiusura; per chi volesse acquistarlo si chiama On the nature of daylight di Max Richter.

Manca tuttavia, come avevo già sottolineato ed evidenziato in Gravity e Interstellar, il ritmo: ti addormenti, pregando che si diano una mossa e che mettano il turbo quando serve catturare l’attenzione e regalare vere emozioni.

Arrivi, in certi punti, ad invidiare la bambina protagonista (muore nelle prime scene): lei non si è dovuta sorbire tutto il film e, probabilmente, nemmeno il regista vedendo il passo estenuante mantenuto.

Film del 2016, girato e montato prima del sequel di Blade Runner (molto bello, ve lo consiglio): un tentativo ampolloso e ridondante di elevare la fantascienza a riflessione filosofica, con il risultato che la bilancia pende verso il coma vigile dello spettatore.

I disegni circolari ricordano le macchie di Rorschach (utilizzate dagli strizza cervelli) e, siamo onesti, anche The Ring: tuttavia l’unico orrore è dover rimaner svegli… quando troveremmo invece tutte le carte per motivare il pubblico a non abbandonarsi alle braccia di Morfeo.

Voto: 7,5/10

Marco

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