Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

The Post – Spielberg

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Spielberg torna in cabina di regia per raccontarci la verità sul Vietnam: buona lettura!

LA TRAMA

Mentre milioni di americani inviavano i propri figli a farsi mutilare (quand’erano fortunati) e trucidare nel lontano Vietnam, sotto il tappeto comparivano verità inquietanti.

Una miriade di commenti (oltre 4.000 pagine) testimoniavano che era una guerra inutile, che le perdite superavano i benefici, che i Vietcong erano determinati a resistere.

A metà degli anni ’60 il New York Times inizia a pubblicarli, ricevendo una diffida dal Procuratore.

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Il Washington Post, con una matura Meryl Streep che ha ereditato il posto di editore dal padre e dal marito, viene quotato in borsa e pubblicherà documenti analoghi: rischierà la bancarotta e il ritiro dei principali investitori istituzionali?

IL FILM

Spielberg si è sempre appassionato ai film di spionaggio, sui segreti inconfessabili e, perché no, sulle storie vere.

Ritroviamo il ben rodato Tom Hanks, amico di Meryl Streep nella recitazione, una coppia di ottimi attori che non necessitano di presentazioni.

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Se devo fare un appunto consiglierei un aerosol alla doppiatrice della Streep: sentirla rantolare per tutto il film con un filo di voce non è il massimo , ad ogni battuta si teme per la vita della doppiatrice.

Capisco che sia vicina agli 80 anni, poverina, ma una doppiatrice sui 50/60 anni avrebbe assolto bene il ruolo, senza portare ansia al pubblico in sala.

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Il film dura 2 ore: a ragion veduta 90/100 minuti erano più che sufficienti ma Spielberg, se non ne occupa 120, si sente male e così eccoci qua.

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Un film politico, dove si parla tanto, assistiamo ad intrighi di palazzo e alle ansie di questa donna, che nella vita ha solo deciso se cucinare cipolle o patate.
Vittima del maschilismo dei padri e dei nonni ha sempre creduto in una società maschile: trovarsi nel ruolo di editrice, con decisioni cruciali da prendere, la manda nei fagioli.

Meryl ansima, si commuove, ricorda i tempi del dopoguerra riempiendo la casa di fazzoletti usati (per un attimo temevo che iniziasse a cantare e sculettare come in Mamma mia), la sofferenza è palpabile per lei e per noi.

Assistere a questi patemi d’animo, infatti, tende a far lievitare i muffin e dopo un po’ si spera in una tromba d’aria purificatrice.

CONCLUDENDO

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A parte i patemi d’animo della Streep il film è lodevole: scoprire che il governo, Nixon incluso, ha insabbiato la verità sul Vietnam mandando alla morte migliaia di ragazzi è una porcata di proporzioni mai viste.

Un insabbiamento simile ricorda il regime fascista italiano, dove i risultati delle guerre e le perdite reali venivano nascoste al grande pubblico.

Visto che la democrazia americana spesso tratteggia una dittatura non c’è da stupirsi di questi metodi: tuttavia la Corte Suprema libera il cuore dello spettatore, concludendo con salsicce e panini l’avventura di due ore.

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Tante scartoffie, tante parole, molti tempi morti: qualche scena del Vietnam, usata come flashback, avrebbe aggiunto spessore e interesse al film, ricordando agli spettatori cosa voleva dire partire in guerra in un paese simile.

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Il Vietnam ha scenari spettacolari, tramonti stupendi e una natura quasi paradisiaca: tuttavia ancora oggi troviamo vittime della guerra, per cui credo che sia opportuno interrogarsi sull’utilità e sulla responsabilità di questo massacro inutile.

Da vedere quanto siete freschi e riposati, mi raccomando: altrimenti crollerete sul divano, ve lo posso garantire.

Voto: 7,5/10

Marco

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