Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

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Un classico di Steve McQueen e Hoffman rivisitato: ne varrà la pena? Buona lettura!

La trama
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Parigi, anni ’30.
Il venticinquenne francese Henri Charrière, soprannominato “Papillon” per via di una farfalla tatuata sul petto, viene incriminato per un omicidio mai commesso.
Papillon viene spedito sull’Isola del Diavolo nella Guyana francese, dove il sistema carcerario era basato su sofferenza, torture e ghigliottina.
Il falsario (di buoni del tesoro, ndr) Louis Dega accetta di finanziarlo in cambio della sua protezione, rendendosi conto che i detenuti sono capaci di sventrare un compagno a suon di coltellate, solo per rubargli i soldi.
Dopo aver visto un cadavere eviscerato, infatti, Dega accetta immediatamente la proposta di Papillon, senza alcuna riserva.
Tra i due uomini, tra un isolamento e l’altro (prima due anni, poi cinque anni al buio e in silenzio, successivamente all’Isola del Diavolo), nascerà una forte e duratura amicizia.
Il primo film
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Il film, basato su una storia vera e sorretto dalla magistrale interpretazione di McQueen (Papillon) e Hoffman (Louis Dega) nella pellicola del 1973, non fece clamore nemmeno all’epoca (uscì 5 anni dopo la pubblicazione delle memorie di Charrière).
Il motivo è abbastanza semplice: per quanto Steve McQueen soffra in modo evidente i dialoghi, le inquadrature e i “morti ammazzati” sono gli stessi del cinema western, vernice rossa presa al Lidl inclusa.
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Altro leitmotiv degli anni ’70 sono i litri di sudore: tutti devono sudare, in modo animale, a sbadilate, fino a diventare lucidi come il mogano dopo il passaggio di Mary Poppins.
Nella prima parte del film non si riesce a focalizzare Hoffman: il continuo riflesso sugli occhiali impedisce di vedere i suoi occhi, rubando una parte importante della sua recitazione.
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A due ore passate assistiamo ad una carrellata tropicale stile The Beach, con dolci muse suadenti e Papillon che sta per “pucciare il biscottino” con un’indigena.
Mentre Papillon escogita la fuga Dega passa per un povero demente, ossessionato da maiali odorosi, carote e pomodori maturi.
Onestamente se, sulla carta, facevo fatica a capire lo scarso clamore iniziale, vedendo il film i miei dubbi si sono dissolti come acido muriatico sul tessuto. Puff!
Il secondo film
Il remake del 2018, per fortuna, cambia decisamente tono: anziché proporre una fuga continua indaga sull’aspetto psicologico.
Notiamo molte più ombre (il passaggio dalla pellicola al digitale ha dato i suoi frutti), una maggiore profondità di campo, sangue verosimile e un Louis Dega straordinariamente lucido, fino al saluto commosso con Papillon sulla scogliera.
Nella storia troviamo molti punti in comune con la versione classica: tuttavia nel nuovo film vediamo uno scorcio della vita di Papillon prima dell’arresto, l’omicidio di cui viene accusato ingiustamente, la totale eliminazione della voce fuori campo sul finale.
I due attori principali sono Charlie Hunnam (Papillon) e Rami Malek (Louis Dega). Anche se Charlie non ha il carisma di Steve McQueen non recita come se fosse uscito da un western (ottimo), parla molto meno (meglio ancora), valorizza ancora di più la sofferenza dell’uomo (nel secondo film vediamo cosa succede nei 5 anni di isolamento).
Rami Malek, già avvistato in altre pellicole di successo, è leggermente più sveglio rispetto al personaggio interpretato da Hoffman.
Pur rimanendo, sostanzialmente, un genio burocrate quindi molto calmo e posato, ha il suo momento di gloria in barca e, anche sull’Isola del Diavolo, le cose vanno meglio.
Dega non sembra un totale rincoglionito quando Papillon progetta la fuga e gliene parla, ma muove la testa a tempo e capisce.
Forse negli anni ’70 servivano più segnali per far capire al pubblico i concerti, bisognava mettere i sottotitoli, non ne ho idea: il cambio di regista (e 45 anni di tecnologia e “discesa dalle piante”, come direbbe il milanese) hanno giovato al film rendendolo attuale.
Una lentezza di fondo, ineliminabile, rimane ma il film ha molto più ritmo, dura meno e si focalizza sugli eventi principali, cosa che è sfuggita di mano a Franklin Schaffner nel 1973.
Concludendo
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Non sempre le cose rifatte sono migliori ma, perdincibacco, questa volta le hanno migliorate davvero.
Abbiamo dovuto rinunciare a Hoffman e McQueen, per sopraggiunti limiti d’età, ma i rimpiazzi mi sembrano su un’ottima strada: ben calati nella parte, fedeli al personaggio.
Non sono qui a stimolare gli elefanti o ad inneggiare ai tempi passati ma, credetemi, nella riedizione il film ha guadagnato tanti punti.
Da vedere, molto interessante e con una regia discreta. Merita.
Voto: 8/10
Marco
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