Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

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E dopo Natale ecco imminente l’arrivo dell’anno nuovo.  Tutti se lo augurano migliore, diverso, più ricco, stimolante del precedente (forse più per abitudine che per reale convinzione). A me l’anno nuovo ha portato la solita risacca di malinconia (ma a questo ero già abituato) e la solita ingenua voglia ottimistica; fino ad ora gli eventi (tranne le solite eccezioni) sono volti al positivo, poi chi lo sa. Buona lettura!

Finita la sessione di esami a marzo i ragazzi (ma forse dovrei usare il plurale femminile, visto la preponderanza di ragazze) tornano ad affollare le aule universitarie, me compreso. Come in una grande famiglia sono avvenuti degli avvenimenti per ciascuno di noi: chi si è ritirato, chi non frequenta più, chi non frequentava e invece adesso frequenta… insomma un bella shakerata che, seppur in minima parte, cambia leggermente le carte in tavola.

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Ma, alla fine, rimaniamo sempre noi stessi: appena rivedo il mio amico Nos ca22ate e battute volgari hanno subito il sopravvento, così come quando vedo Valentina (la mia amica dell’autoscuola, N.d.R.) e Serena (la mia amica del terzo anno, N.d.R.)  non mi può succedere altro che rallegrarmi ed essere di buonumore.  Persone che amano ma non riescono a dichiarare il loro amore, persone stronze perché soffrono (o hanno sofferto) o perché lo sono 100% al naturale (senza attenuanti); chi deve crescere in fretta e chi, in fondo, non cresce mai; grandi amori e single impenitenti; chi soffre per colpa di qualcuno e chi, invece, non soffre per nessuno (protetto nel suo egocentrismo); modaioli e contro tendenza, perdenti e vincitori.

Ma chi si può definire vincente? E perdente?

Spesso il momentaneo successo di una delle due parti gratifica o mortifica la nostra ipotesi, ma poi la vita, con le sue infinite trame, ci riserva infinite sorprese che, almeno in parte, ci impediscono di fare piani a tavolino.  Io non riesco a schierarmi: a volte mi sembra di essere vincente (quando riesco ad avere una buona idea o a fare una cosa perfetta) e altrettante volte mi sento perdente (per non aver raggiunto dei veri obiettivi, cose veramente importanti); spero soltanto di aver fatto, se non proprio la cosa giusta, la meno peggiore, tutto qui… Ma una nuova, immensa ed incredibile opportunità di fare casino ci si stava aprendo davanti a noi: era il mio compleanno.

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Marzo: mese di inizio primavera ma anche del mio compleanno.

Non ho mai organizzato grandi feste per il mio compleanno (vuoi per la mancanza di invitati vuoi per la mancanza del motivo di festeggiare), ho sempre accettato i regali e finita lì, senza grandi ovazioni o spettacoli.  Ascoltando i discorsi tra Nos e Ross (il suo amico di Modena), un giorno qualunque, scoprii che anche Ross compiva gli anni in marzo. A quel punto feci due più due e mi venne in mente che anche Enrico faceva gli anni in Marzo.

Siccome Ross mi aveva invitato a festeggiare il suo compleanno in un disco-ristorante lì vicino, pensai di approfittarne con una vera genialata: il triplo compleanno.  Sulla carta doveva essere il compleanno della storia, in realtà si ridimensionò il progetto (purtroppo): molti che dovevano venire diedero buca e così, facendo sfoggio delle nostre arti interpretative, abbiamo inscenato una finta telefonata in modo da entrare in pochi ma avere comunque un prezzo da comitiva.

Per fortuna, una volta finita la cena, iniziarono ad arrivare delle conoscenze femminili che risollevarono decisamente le sorti della serata.

Poi c’è stata Chiara, legata sentimentalmente con una storia a distanza (dal futuro quantomai incerto) ma non così forte come credeva, se un paio di drink le hanno fatto dimenticare i suoi affetti.  Ad un certo punto Chiara arriva, con le sue Silver consunte dal tempo dove sopra si abbandonavano dei jeans a vita bassa; la maglietta stretta metteva in risalto il suo fisico e i suoi occhi profondi mi colpirono subito.

Lei risaltava in mezzo all’orda di ragazzi e ragazze festanti, era più forte del rimbombo assordante delle casse che battevano fin dentro il mio petto; mi avvicino a lei accarezzandole i dolci capelli e le chiedo se le va di ballare con me.  Il suo “perché no?”  mi rende felicissimo: iniziamo a ballare stretti, i nostri corpi vengono a contatto e io, nella maniera più dolce possibile, mi avvicino al suo dolce viso, regalandole un bacio sulla guancia.

La musica assordante continua ad accompagnarci, le mie mani si appoggiano sui suoi fianchi, lei appoggia le sue sulle mie spalle, e quando mi avvicino al suo viso mi bacia sulle labbra, prima sfiorandole e poi regalandomi una bellissima danza vorticosa che mi prende totalmente.  Non c’è più tempo, non ci sono più luci stroboscopiche, la massa dei ragazzi urlanti e ubriachi sparisce: all’improvviso la pista diventa solo x noi, i nostri cuori battono all’unisono, il profumo della sua pelle mi inebria. In quei pochi secondi ho provato una cosa che ormai credevo persa: la fiducia in me stesso.

Sentirla così vicina, sentirla mia mi ha reso veramente felicissimo, ha reso il mio ventesimo compleanno il migliore di sempre.

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E così, tra un hamburger da McDonald’s e qualche battuta a tavola (roba comunque da censura), si arrivò all’orario di chiusura del locale; chiusura del locale per loro, ma non del divertimento per noi. Una volta usciti decidemmo di inaugurare la nuova Panda di Nos, salendoci in ben 7 persone (e ce ne stava ancora uno), per un peso totale che superava i 400 chili; un bel giretto per il parcheggio della disco così barricati è una cosa unica ed irripetibile, un vero peccato per chi non ha potuto assistervi. Per prime abbiamo fatto entrare le due ragazze (Chiara ed Alice) nei posti dietro, pressate dalla corpulenza presenza di Ross che, con il culo spalmato sul finestrino chiuso, sembrava un insaccato.

Alla guida Nos, alla sua destra Christian e, in mezzo tra i quattro sedili, il sottoscritto.  Posto libero uno, sulle ginocchia di Christian dove, Enrico, come al solito, non ha voluto appoggiarsi per permetterci di raggiungere il numero perfetto.

Una volta a casa di Ross abbiamo scartato i pacchi: solo per il mio Ross ha impiegato 40 minuti (il regalo è una piccola palla nera che predice il futuro, ma l’imballaggio era 6 volte l’ingombro della palla originale), con conseguenti risate e battute generali. Dopo una notte passata a fare lotta greco-romana e una colazione all’insegna dell’abbondanza, sono tornato a casa con Enrico il mattino dopo in macchina con suo padre.  Cosa dire, posso solo dire che è stato il compleanno più bello che avessi mai avuto.

Aprile: dopo un anno di tira e molla sembra che si riesca a fare la cena di classe.  Bisogna premettere che, nella mia classe, ci odiavamo cordialmente e ognuno stava nel suo gruppetto senza dar fastidio agli altri, onde evitare scontri e discussioni.  Così, una volta finita la maturità, ci salutammo tutti con un pathos da telenovela argentina e ci dicemmo più volte che dovevamo fare una cena di classe.  Ora, le cene di classe (come quelle dei compleanni, dei compagni di scuola guida, degli amici di una vacanza) dovrebbero essere organizzate da persone carismatiche che convincano tutti (anche i “falsi impegnati”, del tipo “ho la nonna che sta male” –mentre è morta da 10 anni-, “devo andare dal dentista” –alle 21.00 di sabato sera-, “domani devo alzarmi presto” –per cosa non si sa-, “devo studiare” –e il prossimo esame è tra due mesi-, e così via) a venire alla rimpatriata, rimuovendo eventuali timori o disagi.

Sta di fatto che per quasi un anno ci siamo tirati avanti questa cena di classe, che da luglio è arrivata a settembre, poi da settembre a febbraio, poi verso fine marzo/aprile Cocco e Michael (due ragazzi della mia classe che facevano gruppo con me e Marco) hanno preso in mano la situazione; ovvero hanno fatto il famoso “giro di telefonate”.  E tra impegnati nell’azione cattolica, tra disfattisti e paranoici ci siamo ritrovati la sera della cena di classe in esattamente 4 persone (io, Marco, Cocco e Michael) su 11.

Ma la nostra voglia di rivederci (dopo quasi un anno) per vedere un po’ come ci eravamo sistemati ha fatto da padrone e così ci siam presi una bella pizza prima e una birra al pub dopo, in un clima di totale relax ed allegria, dove ci siamo resi conto che, se anche la vita ci aveva portato su binari diversi, eravamo i soliti “coglioni” di sempre, pronti a sparar stronzate e a non prenderci mai sul serio, forse perché dentro non ci sentiamo ancora “universitari” al 100%; forse la nostra anima da cazzari è ancora rimasta  sui banchi della 5^ap a scrivere oscenità sui banchi e a disegnare sul diario (durante le ore di religione o di storia).

E così, dopo quella serata, i mesi passarono e si arrivò agli esami estivi, che, nonostante lo scoramento “pre-esame” che a volte mi assale, sono andati abbastanza bene.  A fine agosto mi spostai per un weekend sotto il ben noto ombrellone del Papeete Beach (a Milano Marittima), per assistere agli happy hour di sabato e domenica che avvengono lì in spiaggia dalle 17 alle 20.

Sabato grande festa per le sposine novelle con litri di champagne Veuve Chequot Ponsardin che hanno letteralmente innaffiato le interessate e la folla festante lì sotto.  Segue festeggiamento per l’apertura di un centro Papeete in Costa Rica con lancio di magliette promozionali (che per fortuna non mi è sfuggita).

Domenica versione riadattata del Musichiere con premio finale un gioiello Papeete e inizio dell’happy hour verso le 17.

Si inizia con due bottiglie di champagne Veuve Chiquot Ponsardin che serve a smuovere gli indecisi dalla passerella alla pista (nel caso specifico la pozza di sabbia davanti al palco). Segue bottiglione magnum di birra che colpisce il trenino festante creatosi come anche gli altri presenti.

A settembre, dopo la sagra del mio paese con fuochi d’artificio per ben 30 minuti (che lasciò a bocca aperta dei miei amici che avevo chiamato apposta per l’occasione), arrivò il compleanno della mia amica Betty.  Fu un compleanno “solitario” (di solito erano sempre tavolate con 20 persone almeno), nel senso che a tavola, stringi stringi, eravamo in 7 festeggiati compresi.

Anche Betty aveva avuto problemi a chiamare e radunare tutti i suoi ex compagni di classe (sia per i “falsi impegnati” che per impossibilità pratiche), e così ci ritrovammo al tavolo dei commensali solo noi amici di vecchia data (il che, a posteriori, non è stato del tutto male) e fidanzati, of course.

Inaspettatamente la serata ha preso una piega piacevole sull’onda un po’ goliardica di battute reciproche e di argomenti comuni, che hanno permesso a tutti di trovare qualcosa di cui parlare in attesa delle pizze, incredibilmente non bruciate. Dopo la pizza, come nella migliore tradizione, abbiam fatto un breve giro per il centro (dove più che le vetrine erano  ben in mostra le persone vestite di tutto punto) e poi ci siamo recati in un pub lì vicino, per chiudere in bellezza la soirée.

Al pub, tra musica incessante e tendone maxi-schermo alle nostre spalle, Laura (che non aveva più il suo boyfriend in quanto era andato via prima causa levataccia di buon ora il giorno dopo) iniziò a improvvisarsi guida finlandese, e ad illustrare al mio amico Marco una minima parte (quasi la metà) delle 190 foto scattate durante il loro ultimo soggiorno finnico (Betty-Dario e Laura-Flavio).

Visibilmente in fase di pre-abbiocco e provato dalla dura giornata di lavoro nei campi Marco, seppur con tutta la sua buona volontà e passione per la geografia, stava già partendo per le braccia di Morfeo.  Per fortuna uno (o meglio una) della compagnia richiamò tutti sull’orario, indicando che si eran già fatte le due di notte, e così, una volta sbaraccato in quattro e quattrotto, si tornò ognuno a casa sua.

Ci salutammo con le solite frasi che si dicono appunto perché si sa che non si avvereranno mai prima del prossimo compleanno: ci vediamo, ci sentiamo, dovremmo uscire più spesso, teniamoci in contatto, organizziamo altre cene, è un peccato trovarsi solo così poche volte all’anno, bla bla bla….

Per una sera il tempo si è fermato e ognuno di noi ha dimenticato eventuali dissapori con gli altri, collaborando alla gioia comune. Chissà se è solo il profumo di una sera o un nuovo inizio.

A presto,

Marco

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