Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Un fantastico Via vai

Un fantastico Via vai

È così che si può definire l’ultimo film di Pieraccioni, Un fantastico Via vai. Di fantastico c’è ben poco, scopriamolo insieme: buona lettura!

Trama

Arnaldo Naldi ha 45 anni, bancario, una moglie bellissima e due figlie, nel tempo libero ripara vecchi giocattoli. Per un equivoco causato dal suo collega viene sbattuto fuori di casa e ne approfitta per andare in una residenza universitaria, con la tipica crisi di mezz’età a rivivere la giovinezza perduta.

Il film

Pieraccioni ha voluto dedicare questo film a sua figlia Martina e lo fa in una cornice tutta raffinata e infiocchettata, addirittura perde l’accento toscano, tant’è che sembra doppiato nella prima parte del film.

Perde la spontaneità e la naturalezza della parlata toscana, firma inconfondibile delle sue pellicole, ritrovandosi a fare da badante rumena a quattro personaggi poco più che ventenni: una ragazza-madre, un futuro dottore che ha paura del sangue, un ragazzo di colore che subisce il razzismo del padre (Giorgio Panariello) della sua ragazza.

Le incongruenze sono numerose, prima fra tutte l’arredamento della casa: avendo frequentato in prima persona gli alloggi universitari posso garantirvi che sono molto lontani da quanto rappresentato, a meno che uno di loro non sia un interior designer, ovviamente. Sono riempiti con accozzaglie di ogni genere, un po’ di sano disordine e alcune trovate divertenti sul muro e sul frigo.

Panariello si esibisce in una versione pacata di Briatore, impersonando un imprenditore omofobo e razzista; si ritrova al centro di alcune gag pietose, tra cui quella del suo cagnolino “rapito” dal gancio dei peluches che si accoppia con tutto quello che trova.

L’unica vera nota comica del film è formata dalla coppia romana Marco Marzocca e Maurizio Battista, ben assortiti e mai banali. Per il resto Ceccherini interpreta un padre assente ma premuroso, mentre Pieraccioni esibisce una parodia di se stesso attingendo a piene mani dal suo primo film, I laureati (ma risultando molto più patetico).

Il commento musicale è rimasto fermo agli anni ’80 e, a quanto pare, anche le idee del regista: le scelte della ragazza madre sono trattate con leggerezza, non si parla della disoccupazione giovanile, rimane tutto in sospeso in un limbo abbastanza sfocato.

Dopo Finalmente la felicità ci troviamo di fronte a questo sequel/remake ideale (il vecchio film viene citato come esperienza precedente della sua gioventù) che però fa acqua da tutte le parti.

Compaiono marchette pubblicitarie qua e là dove la pasta, dopo essere stata chiaramente esibita, diventa un argomento di conversazione a tavola (ma dove??) e discorsi sulle banche dove vengono elogiate al pari delle opere pie che lasciano abbastanza sgomenti, considerando la cronaca attuale.

Concludendo
Seguo Pieraccioni fin dal suo primo film ma gli ultimi due sono stati abbastanza deludenti, qui addirittura rinnega quella genuina flessione toscana per un’ambientazione più raffinata, meno popolare (non oso immaginare il perché di questa scelta) che però lascia l’amaro in bocca.

Si perde la spontaneità, la voglia di vivere per ricadere in luoghi comuni stantii fermi, appunto, agli anni ’80 mentre la realtà universitaria attuale con le sue problematiche è ben diversa.

Il via vai citato nel titolo probabilmente serve ad indicare i movimenti in sala, nel senso che vedere un cane che si accoppia con un peluche o dei 50enni che scendono da una gru per fare i giovani mi lascia indifferente.
I miei complimenti al duo romano Marzocca-Battista, che regalano qualche segno di vita al film.

Per il resto, citando I laureati “è solo volume”, un fruscio che passa ma di cui non si ha memoria.

Da dimenticare e mandare al macero il prima possibile. Andrà meglio la prossima volta.

Voto: 4/10

Marco

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