Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

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Nell’augurarvi Buon Natale voglio portarvi un piccolo racconto di Natale, basato su fatti realmente accaduti. Buona lettura!

A casa di Teodolinda

Teodolinda è la classica ragazza modenese 27enne medio-benestante, a cui sostanzialmente non manca nulla. Ma proprio nulla.

A casa sua, infatti, hanno costruito i muri per poter appoggiare gli armadi pieni di vestiti: lunghi, corti, con arabeschi, intarsiati, lavorati con il sudore della fronte…
c’è spazio per tutti, specialmente per gli abitini a 10 euro presi ai banchetti cinesi, ai negozietti economici di Carpi o ai mercatini freak bolognesi (dove la trattativa su un vestito è diventata la discussione “mi dia quel vestito a un euro anziché 5”).

Teodolinda ha talmente tanti vestiti che, se si presentassero 40 donne a casa sua, potrebbe vestirle da capo a piedi, senza grossi problemi.

La cosa che Teodolinda ignora sui vestiti da 10 euro, beandosi di aver risparmiato e sghignazzando in faccia a chi lo racconta [come se avesse capito tutto della vita], è che quei vestiti sono impregnati di sangue.

Il sangue di Marikha, precisamente.

A casa di Marikha

Marikha è una ragazza pakistana di 16 anni che, a differenza di Teodolinda, non ha potuto frequentare la scuola sia per una questione culturale che economica.

È una ragazza molto bella, ha uno sguardo profondo che racconta le sofferenze subite e due mani rovinate da un lavoro ripetuto per migliaia di ore, tutti i giorni.

Marikha non può permettersi l’opulenza, lo spreco e gli armadi di Teodolinda perché semplicemente… non ha gli armadi.

Vive in un’abitazione molto modesta con la madre, il padre e due fratelli. Tante bocche da sfamare e, come sempre, troppi pochi soldi sulla tavola.

Marikha, dovendo portare del cibo a casa per la famiglia, lavora in uno dei “condomini della morte”: palazzi abusivi costruiti in fretta e furia, a fronte di un’espansione economica veloce e selvaggia.

L’espansione è arrivata con i soldi degli occidentali, che hanno pensato di investire migliaia di euro per produrre moda a bassissimo costo, al fine di raggiungere la competitività necessaria per aprire negozi in tutta Italia, vendendo vestiti a prezzo stracciato.

Marikha si reca tutte le mattine in questo condominio maleodorante, pieno stipato di persone e di macchine da cucire.

Se si vuole una maglietta a 10 euro per vantarsi con le amiche della propria (presunta) intelligenza, beh, bisogna trovare un sistema per renderlo possibile.

Grazie ad un’importazione molto favorevole, a leggi estremamente permissive e alla presenza di uomini spietati con il cuore pietrificato dal denaro, questo è possibile.

Marikha si reca alla sua postazione di lavoro, al terzo piano. Le colleghe/amiche Shaheen e Tasneem la salutano un secondo, prima che le veda il negriero che dirige il reparto a suon di frustate e insulti.

Marikha si prepara, fisicamente e spiritualmente, ad un bel turno da 16 ore, senza la pausa pranzo in mensa e con il tempo necessario per fare pipì ogni tot ore.

Marikha non sa, tragicamente, che quello sarà il suo ultimo giorno di lavoro in quel condominio asfissiante e puzzolente.

Quando si mettono tante macchine da cucire che, a pieno regime, producono vibrazioni molto forti su un piano che, banalmente, non è stato progettato per reggere tutto quel peso, questo crolla.

Non è il piano di Marikha a crollare, bensì il quarto piano. Troppo alto, troppo pesante: oggi ha deciso di crollare, sotto il peso della nostra violenta ipocrisia nel voler girare lo sguardo altrove.

Marikha ora riposa nel paradiso delle ragazzine pakistane, cercando quella pace che in vita non ha mai avuto.

Si poteva fare qualcosa? Certamente. Possiamo fare qualcosa? Forse siamo ancora in tempo, specialmente il giorno di Natale.

I retroscena

Marikha, per fortuna, non è una ragazza reale ma uno dei miei personaggi inventati a scopo didattico.

Marikha mi è servita per dar voce, come spesso accade in questo blog, a persone che non ne hanno mai avuta, che nessuno ascolta, che non passano dalle maglie dei telegiornali italiani.

Teodolinda è una ragazza reale, purtroppo, ma è l’emblema di tante altre: quando si parla di beata ignoranza intendiamo queste risate cafone che paventano una sicurezza data dal non sapere.

Questa moda a 10 euro, definita fast fashion, reincarna i valori del cibo spazzatura: si produce tanto, a basso prezzo, fregandosene della qualità e di qualsiasi principio morale.

Che prezzo ha la nostra coscienza? Quanto è davvero importante per noi acquistare delle magliette che hanno comportato il sangue e le vite di tanti innocenti?

Senza contare che questa moda spazzatura, figlia degli anni ’90, genera tantissimi rifiuti (tutti i capi scartati quando imbruttiscono o, banalmente, si bucano al primo lavaggio).
Questi rifiuti producono un impatto ambientale devastante, che può essere ridotto con quel briciolo di consapevolezza in più.

Io non sono qui a fare la morale a nessuno: io stesso acquisto, una volta ogni due/tre anni, un paio di scarpe Nike [e so purtroppo cosa comporta].

Ho un piede affusolato (molte scarpe non hanno questa presa aderente) e il molleggiamento posteriore mi aiuta a sopportare i chilometri che, settimanalmente, devo affrontare per lavoro e per fornire assistenza agli utenti.

La consapevolezza dei trent’anni

Per evitare che storie come quella di Malikha si ripetano di giorno in giorno, volendo, è possibile fare un piccolo gesto.

Basta non comprare dai negozi che sbattono la roba da 10 euro nei cestoni, fomentando le masse con musica da discoteca e lucette carine.

Se una maglia/maglietta è costata 10 euro (esiste anche per i pantaloni: raggiungiamo i 15/20 euro di spesa) e chi la vende, incredibilmente, riesce a guadagnarci (ci credo: al capo di Malikha pagano 2 euro al pezzo per la produzione) un motivo ci sarà.

È facile nascondersi dietro al discorso dei pochi soldi, della bassa disponibilità economica… temi reali da affrontare seriamente, per carità.

Ma non usiamoli per nasconderci dietro al proverbiale filo di paglia, parandoci e giustificando la nostra coscienza quando sappiamo benissimo ciò che comporta.

Il nostro regalo di Natale

Forse, e dico forse, si può acquistare una maglia anziché 10, spendendo 30/40 euro: acquisto meno, di conseguenza inquino meno e ho delle cose che utilizzo per più tempo.
Senza contare che, forse, per quella cifra riesco a comprare qualcosa che abbia offerto lavoro a qualche italiano, chi può dirlo.

Capisco che per una donna tenere a freno il portafoglio sia come chiedere ad un tossico di non bucarsi, però se sai quello che comporta magari puoi riflettere sul tuo gesto.

Capisco anche che, per la tirchieria e l’avidità di persone come Teodolinda, questi siano discorsi vuoti: a loro interessa semplicemente riempire armadi a basso prezzo.

Io però voglio continuare a sperare che i lettori del mio blog abbiano una sensibilità diversa e colgano il messaggio dietro a questo semplice racconto.

Oggi è Natale: tutto è possibile no?

Buon Natale a tutti.

Marco

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