Una tastiera come tavolozza, la fantasia come tela

Il re leone (2019)

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Un classico da Oscar torna al cinema, totalmente girato in computer grafica. Vale la pena? Buona lettura!

La trama

In una savana dove il leone regna indisturbato, viene annunciato la nascita del nuovo pargolo ad una mandria di erbivori in calore, che scalpita e gioisce.

Tuttavia Scar, il fratello perfido e malvagio di Mufasa, non nutre la stessa gioia degli erbivori smaniosi. Vuole avere lui il trono, con l’inganno e la malvagità che lo contraddistinguono.

Il tenero leoncino dovrà, nell’arco di pochi mesi, affrontare la nascita, la perdita e la maturazione ad una nuova consapevolezza che lo porteranno ad ereditare lo spirito del padre.

AAAAAASSSSSSUVVVEGNNNNAAAAAAAA….

Lamanì lamanà
Sssssùùvegnnnaaaaaa
Coro: la maiala grida la maiala
la maiala, grida la maiala
la maiala viva la maiala

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Nonostante siano passati 25 anni, dopo aver rivisto a casa 30/40 volte il Re Leone del 1994 (negli ultimi anni solo in lingua originale), il canto che sgorga dal mio cuore è quello riportato sopra.

Non sarà fedele al canto degli afrikaans, certo, ma che bello è gridare alla vendemmia quando tutti gli animali festeggiano e scalpitano come cavalli pronti per la monta? Non c’è prezzo.

La Disney continua a pescare dal calderone dei ricordi: a breve vedremo anche Mulan e il TG5, domenica 25 agosto, annunciava l’arrivo della Carica dei 101 e Lilli il Vagabondo in live action, mischiando cani veri con cani disegnati in computer grafica.

La storia, che attinge al dramma di Amleto e ad un’anime giapponese denominato Kimba, è sempre quella: tuttavia l’originale durava 90 minuti mentre la nuova versione sfiora i 120 minuti.

Per riempire quel vuoto, quindi, hanno dovuto rimpinguare la storia, aggiungendo intermezzi e dettagli mai svelati prima d’ora, come Simba che vuole ballare con la sua cena (mentre sta ancora respirando).

Silenzio in sala

Ricordandomi quasi ogni battuta, tempistiche e pause comprese, del film animato è stato naturale il paragone diretto mentre ero in sala, sbocconcellando caldi pop-corn.

Il 95% delle canzoni, se Elton John vuole, sono state mantenute fedele alla pellicola originale: erano già perfette così, e non c’era nessun bisogno di rimaneggiarle.

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Il film è FOTOREALISTICO: ciò significa che, per comunicare un senso di credibilità, gli animali non ballano, NON SUONANO in attesa di essere scritturati, non eseguono coreografie e hanno i colori di Madre Natura.

Niente elefanti viola, ippopotami rosa o struzzi che porgono le terga per far sbocciare dalle loro piume il nuovo re, con tanto di coroncina di foglie in testa realizzata per l’occasione.

Certo, direte voi inneggiando alla Sultana, e quindi i leoni che si arrampicano e parlano sono cose realistiche? Ovviamente no.

In natura i leopardi si arrampicano sugli alberi e, poco ma sicuro, nessuno parla, argomentando ragioni filosofiche. Queste sono libertà poetiche.
Nel film non viene specificato per non turbare i pargoli ma le iene hanno il morso più letale della savana e il loro stomaco digerisce anche le ossa delle carcasse.

Le note positive

Abbiamo dovuto rinunciare alla voce di Vittorio de Sica per Mufasa: qui il cambio è stato gioioso, con un profondo Luca Ward che non mi ha fatto rimpiangere, nemmeno per un secondo, il doppiatore originale James Earl Jones.

Continuando sulla scia dell’ottimismo [è il profumo della vita, gridava qualcuno] il fotorealismo è IMPRESSIONANTE: sembrano leoni veri, la resa del manto peloso è incredibile così come la naturalezza dei movimenti, la relazione con il mondo circostante e l’interazione con gli altri animali.

L’ottimo lavoro di osservazione di leoni veri (svolto durante l’animazione del primo) ha portato i suoi frutti.

Molte canzoni, anche se hanno dovuto cedere il passo al prematuro decesso dei doppiatori originali, sono godibili, stupende e, come sottolineavo, fedeli all’originale per cui va tutto bene.

La stessa sequenza d’apertura è stata girata tenendo a mente l’apertura originale: scatta la commozione suina quando rivediamo, con precisione tarantiniana, gli stessi fotogrammi in una sorta di live action.

Piccolo easter egg/cameo/citazione: quando Pumba funge da esca viva per le iene, anziché ballare l’hula come nell’originale, Timon introduce Pumba/la cena come Lumière ne La bella e la bestia.
Ovviamente non possiamo goderci tutta la canzone, nel senso che alla prima strofa l’istinto suino di Pumba lo fa scattare come un leprotto, vedendo le iene bavose davanti a sè.

Le dolorose rinunce

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Il fotorealismo, in questo caso, ha portato ad alcune dolorose e pesanti rinunce.

La “cavatina” di Scar, dove si presenta in tutta la sua malvagità, è stata ridotta ad un laconico lamento strozzato, facendomi saltare sulla poltrona come la (corrente elettrica) 380 passata sul braccio bagnato.

Scar si presenta in modo fiacco, demotivato, scadente: un’annunciatrice del Lidl pagata 5 euro l’ora sarebbe stata più energica.

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Non mi aspettavo certo le parate naziste, i ritorni di fiamma e le bestie di Satana che uscivano dal terreno come l’originale [per non parlare delle Iene alle percussioni], però la parte strumentale è stata completamente uccisa, lasciandomi dentro un vuoto difficile da colmare.

Altro aspetto negativo è il doppiaggio in certi punti: suona un po’ asettico, staccato dallo sfondo armonico-musicale e dai rumori della Savana, rendendo l’esperienza in alcuni momenti artificiosa.
Anche qui, nell’animazione originale, doppiaggio e musica erano armonici al pari della versione americana.

Quando avrò la possibilità me lo godrò in lingua originale, in modo da vivere l’esperienza a 360 gradi senza filtri o intermediazioni.

Ultima nota negativa, è stata la rimozione del SIGNOR MAIALE da parte di Pumba: quando, accerchiato dalle iene di essere un maiale, scatta il “stai parlando con me? stai parlando con me? Per te sono il SIGNOR MAIALE!!” concludendosi con una carica epica, qui è stato rimaneggiato.

Si parla di bullismo, il che è sempre un bene, però abbiamo perso l’imitazione di De Niro da parte di un succulento facocero. Peccato. Erano momenti intensi.

Concludendo

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Nonostante qualche dolorosa rinuncia, accompagnata da rinunce minori, la commozione sgorga sempre spontanea, riportandoci a quando avevamo 8 anni e le cose finivano a pane e marmellata.

Mi sono commosso come un suino di fronte alla versione italiana di Can you feel the love tonight, Kings of the Past, l’immortale SIMBA, REMEMBER WHO YOU ARE! e, ovviamente, di fronte al padre esanime con il cucciolo che cerca di rianimarlo come può.

Per scrivere questo articolo dovevo ispirarmi e la colonna sonora originale, come tappeto musicale, è semplicemente sensazionale. Non ci sono parole per descriverlo.

Per chi ha un ricordo offuscato molte differenze sembreranno secondarie e batteranno le mani comunque: per gli hardcore del 1994 portate pazienza.

A fronte di qualche rimaneggiamento l’emozione sgorga genuina dai nostri cuori, rivedendo nelle nostre anime quel giovane leoncino che si ritrova, nel giro di pochi istanti, a dover affrontare la vita da solo.

Un capolavoro che non ha bisogno di presentazioni, il picco della produzione Disney quando l’eccellenza non era mai abbastanza (e i doppiatori non venivano da MTV, ma da anni passati con la gavetta e i film di serie B).

Consigliato a cuore aperto, andate a vederlo in sala e prenotate. non ve ne pentirete.

Voto: 8/10

Marco

NdR: Non avendo accesso alla copia digitale distribuita ai cinema, temporaneamente, ho ripreso gli screenbshot della versione rimasterizzata qualche anno fa. Abbiate pazienza.
Tutti i diritti sulle immagini sono riservati ai legittimi proprietari.

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